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Dal libro
“Alta Velocità’ di Virginio Bettini,
Claudio Cancelli, Angelo
Tartaglia, Mario Zambrini e altri ed CUEN Ecologia
Le principali ragioni di critica del progetto Alta Velocità
I principali temi affrontati nel corso delle riunioni, ed analizzati
nella relazione e nelle schede allegate, vanno dai criteri di scelta
della velocità massima di progetto (e degli altri parametri
progettuali che caratterizzano le nuove linee), alla determinazione
della domanda potenzialmente attratta dal nuovo sistema, alla reale
possibilità di effettuarvi un esercizio misto passeggeri e
merci. Sono altresì stati analizzati i termini economici e
fianziari dell’operazione, in particolare per quanto concerne
la
stima dei costi totali che la realizzazione del progetto potrebbe
determinare, e la elevata probabilità che tali costi
finiscano
per gravare in grandissima parte sul bilancio pubblico.
In un periodo caratterizzato da continui richiami alla
necessità
di ridurre la spesa pubblica, e nel quale altri paesi (in particolare
Francia e Germania) intendono rivedere pesantemente i rispettivi
modelli di infrastrutturazione ferroviaria, partendo da posizioni assai
differenti ma finendo per concordare sulla insostenibilità
economica delle proprie linee ad alta velocità, in Italia si
continua a perseguire un progetto che, dalla lettura dei documenti
ufficiali rilasciati da TAV e Italferr, appare fondato su presupposti
tecnici ed economici quanto meno discutibili. Modelli di
previsione della domanda evidentemente inattendibili (e prontamente
misconosciuti nel corso del confronto con i tecnici TAV), riferimenti a
non meglio definite “direttive europee” risultate
poi
inesistenti, stime di tempi risparmiati sulle linee veloci che
cambiano, nello stesso documento, a seconda della pagina e del
contesto, sono solamente alcuni dei “segnali di
allarme”
rilevati nel corso del lavoro ed ampiamente documentati nella relazione
consegnata al Ministro.
Alcune scelte progettuali sembrano essere state analizzate solamente
nei loro aspetti di innovazione e primato tecnologico, senza porsi il
problema delle conseguenze che potranno avere sull’esercizio
futuro della rete ferroviaria nazionale e sui costi di produzione
dell’esercente. Le interconnessioni con la rete esistente
sono
assai ridotte (al confronto con l’esperienza tedesca, ma
anche
con la precedente esperienza nazionale della direttissima
Roma-Firenze), per cui tuttora molte città di medie e grandi
dimensioni resteranno escluse (o servite in modo del tutto
insoddisfacente) dalle nuove linee, pur trovandosi ad essere
direttamente coinvolte dal tracciato. La scelta di un sistema di
alimentazione che consente più potenza (e più
elevata
velocità) si traduce, nell’immediato, nella
impossibilità di percorrere le nuove linee con i locomotori
e
gli elettrotreni attualmente in dotazione alle FS. Nemmeno i pendolini
potranno viaggiare sulle linee AV, mentre gli ETR 500 attualmente in
servizio sulla Milano-Roma dovranno essere equipaggiati con apposite
carrozze dotate di trasformatori.
L’idea fissa dei 300 km/h (che, nonostante quanto sostenuto
da
TAV, si porta dietro l’alimentazione differente) viene
rimarcata,
anche se, stante l’attuale progetto, le tratte attrezzate per
velocità superiori a 250 km/h rappresentano meno della
metà dell’intera linea Torino-Napoli. Se
si
riducesse la velocità massima a 250 km/h anche su quelle
tratte,
il maggior tempo di viaggio oscillerebbe fra il 3 ed il 10% del totale,
a seconda della relazione considerata. Sempre e comunque qualche
minuto, su tempi di percorrenza che vanno da 1 a 3 ore.
Ciò che - fondamentalmente - resta incomprensibile anche ad
un’attenta lettura dei documenti TAV, è il vero
obiettivo
di tutta l’operazione: assodato che occorre incrementare la
quota
di trasporto merci e di persone su ferrovia, non si comprende
perchè l’investimento finalizzato a tale obiettivo
debba
necessariamente consistere in linee ad Alta Velocità; o,
più precisamente, perchè ci si ostini a voler
realizzare
un pacchetto unico (Torino-Milano-Napoli, oltre alle due
“antenne” Milano-Venezia e Milano-Genova) a fronte
di
problematiche e di possibili soluzioni assai differenti a seconda delle
tratte e dei singoli punti critici. Si dice che
l’AV
servirà ad aumentare il trasporto merci e quello di
passeggeri
sulle relazioni di breve percorrenza (che rappresentano la grandissima
parte dei viaggi annualmente effettuati sulla rete FS) in quanto
libererà spazio sulle linee esistenti; ma si tratta di un
argomento poco convincente: se il problema è quello (merci e
trasporto pubblico suburbano, metropolitano e regionale) è
su
quel settore che occorre investire. Germania e Francia, che pure hanno
speso molti denari in linee ferroviarie negli ultimi anni, avevano
comunque speso somme altrettanto rilevanti in ferrovie metropolitane e
regionali nei decenni precedenti, mentre in Italia gli esempi della RER
(Rete espressa regionale) di Parigi, o delle S-Bahn (ferrovie urbane
veloci) delle città tedesche rappresentano, a
tutt’oggi,
null’altro che esempi studiati ed invidiati.
dal libro “Alta Velocità’ di Virginio
Bettini, Claudio Cancelli, Angelo
Tartaglia, Mario Zambrini e altri ed CUEN Ecologia
4. Gli impatti sull’ambiente e sul territorio
4.1 Il problema del rumore e delle vibrazioni
4.1.1
Premessa
La costruzione di linee ferroviarie ad alta velocità ha
comportato ovunque problemi di natura ambientale, a causa degli alti
livelli di rumore e di vibrazione indotti dal passaggio dei convogli.
Situazioni di conflitto con gli abitanti delle zone circostanti i
tracciati e contenziosi tra autorità locali e centrali hanno
costantemente accompagnato l’entrata in funzione delle linee.
In Giappone proteste di massa avvenute tra il 1970 e il 1975, dopo
l’entrata in servizio dell’estensione del sistema
Shinkansen fino a Sanyo, costrinsero le Ferrovie Nazionali Giapponesi a
rimandare la costruzione della Tokio-Narita, per intraprendere un
programma di bonifica delle situazioni esistenti.
In Francia è proseguito per più di dieci anni un
braccio
di ferro tra associazioni di cittadini e di comuni della val
Lamartinien, l’ente ferrovie SNCF e le autorità
centrali;
il progetto di linea che avrebbe dovuto collegare Parigi alla Provenza
è stato bloccato da violente proteste ed è stata
ugualmente contestata la diramazione della linea atlantica che avrebbe
dovuto portare in Spagna attraverso i Paesi Baschi. Infine,
in
Germania nel ‘92 il progetto di costruzione della linea
Norimberga-Erfurt ha provocato uno scontro tra consiglio comunale,
borgomastro e cittadini di Coburgo da una parte (13000 firme di
protesta), enti di pianificazione e ministro dei trasporti
dall’altra; .............. I contrasti possono
essere
difficilmente attribuiti a una opposizione di principio, dovuta a
qualche innamorato della natura incontaminata. In
realtà,
la costruzione di linee con queste caratteristiche comporta un alto
costo per il territo-rio attraversato, nel senso che richiede che una
fascia di notevole ampiezza venga declassata a corridoio di servizio
industriale, e quindi sottratto all’uso residenziale.
Non è sorprendente che coloro che abitano nelle vicinanze
dei
tracciati non siano soddisfatti della cosa; anche quando siano
sinceramente fautori, nella chiacchiera da bar, di una illimitata
accelerazione del nostro modo di vivere e di viaggiare. E che lo siano
ancor meno quando la sostanza del problema venga ufficialmente negata,
così da rifiutar loro anche la compensazione di valore della
proprietà compromessa. Ma in ogni caso la soluzione di
questi
conflitti, anche quando risulti monca, ha pesanti implicazioni
economiche.
Per dare un’idea delle spese e delle difficoltà
coinvolte si possono citare alcuni dati di fonte giapponese:
a)alla fine del 1985, appena tre anni dopo il completamento del sistema
Shinkansen, interventi su 32000 edifici erano già costati
circa
76 miliardi di yen per l’isolamento acustico e una cifra
dello
stesso ordine per l’isolamento dalle vibrazioni (il
Dipartimento
di Pianificazione e Sviluppo delle ferrovie giapponesi non è
più preciso sull’argomento, almeno nella
pubblica-zione in
nostro possesso);
b)le spese per questi interventi andavano ad aggiungersi al costo degli
accorgimenti adottati per i convogli e per le linee, barriere
antirumore incluse, e a quello della più frequente
manu-tenzione;
c)nonostante l’ampiezza degli interventi, essi servirono
soltanto
a mitigare le situazioni più cri-tiche; in una pubblicazione
del
1988 veniva dichiarato che i valori richiesti dagli enti gover-nativi
di protezione dell’ambiente non erano tecnicamente
perseguibili e
veniva proposta per le linee future una fascia di esclusione delle
abitazioni ;
d) questi dati si riferiscono a linee di trasporto passeggeri con una
velocità massima di 240 Km/h, e con interruzione notturna
del
servizio.
Essendo queste le dimensioni del problema, è comprensibile
che
molti paesi lo abbiano affrontato, a partire dagli anni 70, con un
notevole investimento di persone e mezzi, alla ricerca di soluzioni
tecniche che ne limitassero la gravità. Sono stati
così
messi in piedi laboratori di ricerca destinati a questo fine, sono
state studiate tecniche di misura o di individuazione delle singole
sorgenti, metodi di sti-ma del disturbo soggettivo, criteri di
intervento sulle singole cause di rumore e vibrazione; sono state
analizzate le connessioni tra le caratteristiche strutturali del
materiale rotabile e le peculiarità
dell’emis-sione,
è stato discriminato il rumore meccanico da quello
aerodinamico,
sono state individuate infine le rispettive leggi di variazione con la
velocità. Né’ si è
mancato di
affrontare gli aspetti giuridici e normativi. In Giappone, ad
es., l’Agenzia per la protezione dell’ambiente ha
emesso
una serie di raccomandazioni e regolamenti (luglio 1975),
successivamente accolti dal governo (marzo 1976), che sono rivolti
esplicitamente allo Shinkansen, in questo modo riconoscendo la
rilevanza e il carattere specifico del problema.
I risultati di questo complesso lavoro, svoltosi in quasi tutti i paesi
tecnicamente sviluppati, i da-ti, i modelli matematici, i dibattiti e
le divergenze di opinione, sono stati regolarmente pubblicati sulle
riviste più note del settore. Tanto per dire, si sono tenuti
periodici convegni dedicati a questo tema e gli atti sono comparsi
integralmente sul Journal of Sound and Vibration, una delle riviste di
maggior prestigio in questo campo.
Negli ultimi anni la frequenza delle pubblicazioni, o delle ricerche,
è rapidamente diminuita, per il banale motivo che il campo
di
indagine è stato esplorato in lungo e in largo; è
molto
difficile che si trovi a breve termine qualcosa di nuovo da dire.
Si tratta di una evoluzione temporale del tutto consueta nel settore
della ricerca applicata. Quando rilevanti interessi economici ruotano
attorno ad un particolare prodotto, o ad una particolare tecnologia,
competenze di settori diversi, investimenti e iniziative di ricerca
vengono fatte convergere rapidamente nel settore di interesse. Ma
è ovvio che le soluzioni vengono in vent’anni
comparate
tra loro, che quelle peggiori vengono scartate e che quelle che
rimangono vengono valutate correttamente nei loro limiti intrinseci.
Processi di tale natura non possono essere considerati come processi
aperti, indefi-nitamente in progresso. Si raggiunge rapidamente una
situazione di confine che risulta invalicabile per ragioni pratiche,
quasi sempre di natura economica. Quando se ne vogliono superare i
limiti, occorre invocare un cambiamento di tecnologia. Non vi
è motivo perché’ il campo
dell’inquinamento
ambientale, originato da rumore e vibra-zione, delle linee ferroviarie
ad alta velocità faccia eccezione a questa regola.
4.1.2
Alcuni punti fermi
Se ci siamo permessi questa sorta di orazione introduttiva, assai
generica, è perché’ tra quanto ci
risulta sullo
stato dell’arte, e quello che traspare dai documenti
fornitici da
TAV e dagli studi di im-patto ambientale che si sono succeduti, vi
è uno iato difficilmente colmabile.
A noi risulta:
·
che sia
pressoché’ unanimemente accettato che le linee con
velocità superiori in modo significativo ai 200 Km/h sono
compatibili con la condizione residenziale solo quando vi siano fasce
di protezione assai larghe - il dato comunemente citato è
150
metri per lato - anche quando si tratti di linee di soli treni
passeggeri, con interruzione notturna;
·
che la situazione
peggiori drasticamente, in termini di territorio penalizzato, in
configurazioni orografiche complesse;
·
che con
l’aumentare delle velocità le soluzioni di
mitigazione di
poco costo, quali barriere fo-noassorbenti relativamente basse,
divengono non solo inutili ma controproducenti. Per cui
l’unica
soluzione efficace finisce col prefigurare una sorta di galleria
artificiale, sia pure a cielo aperto.
·
che vi sia un
conflitto acuto tra l’esigenza di contenere i costi di
manutenzione e quella di con-servare a basso livello di
intensità le sorgenti di rumore e vibrazione, e che il
conflitto
si inasprisca ra-pidamente con l’aumento della
velocità e
con l’esercizio misto, passeggeri e merci, delle linee.
4.1.3 I dati forniti da TAV
I documenti di TAV e gli studi di impatto ambientale presentati per le
varie tratte narrano una storia ben diversa. Sembra che in Italia, con
un ammirevole procedimento autarchico, si sia giunti alle seguenti
conclusioni:
i)l’idea di una fascia di protezione per le zone residenziali
è del tutto inutile, tanto è vero che non
è
neppure citata. Il limite di 30 metri all’interno del quale
ci si
offre di acquisire le abita-zioni di eventuali malcapitati
è,
nella sostanza, quello previsto per legge (25 metri) per ragioni di
sicurezza della linea ;
ii)i valori di intensità di emissione delle sorgenti possono
essere drasticamente ridotti con l’ado-zione di un numero di
accorgimenti appositamente studiati, così che gli studi di
impatto am-bientale sono stati basati su valori mediamente
più
bassi, di circa un ordine di grandezza, rispetto a quelli misurabili a
parità di velocità attorno a una delle linee
effettivamente in esercizio;
iii) l’importanza della componente aerodinamica del rumore,
che
in tutto il mondo è riconosciu-ta significativa al di sopra
dei
240 - 250 Km/h, viene negata fino alla velocità massima del
progetto (300 Km/h). E da questo si deduce che barriere basse,
purché in grado di schermare il contatto tra ruota e rotaia,
riescano altrettanto efficaci delle barriere alte. Per la cronaca, non
ci si limita a dedurlo; qua e là lo si afferma anche come un
fatto comprovato Nonostante questi elementi
“innovativi”, la compatibilità delle
linee previste
con le norme di legge attuali rimane dubbia. Per cui si sta cercando di
porre rimedio alla spiacevole situazione con due ordini di argomenti,
che meritano di essere citati esplicitamente:
iv)si promettono, per il giorno in cui entreranno in funzione le nuove
linee, ulteriori migliora-menti tecnici, o per quanto riguarda le
sorgenti di emissione, o per quanto riguarda la protezione passiva
delle abitazioni. E a questo fine si medita di chiamare a
raccolta nei prossimi anni, in Italia e dall’estero, i
migliori
cervelli;
v)si preme affinché le norme di legge vengano modificate ad
hoc
per favorire il trasporto ferroviario, sostenendo che il rumore
prodotto dai treni sia, per qualche indecifrata ragione culturale,
più gradito alle persone che vi sono soggette di quello di
altra
origine
4.1.4.
Perché questi argomenti non reggono
Vista la premessa, forse non sarebbe il caso di dirlo; ma non
uno
degli argomenti i), ii), iii), iv) ha, a nostro parere, il minimo
fondamento. Non possiamo, in questa relazione, entrare nel
merito
dei numerosi aspetti connessi.
Ci limitiamo ad allegare uno scritto (all. n. 1) che oltre ad una
rapida sintesi di molti aspetti, contiene una biblio-grafia abbastanza
estesa. Qui vogliamo semplicemente dare alcune righe di spiegazione sul
punto ii), e qualche commento al punto v), che è
l’unico a
trovare qualche appiglio, sia pure di parte, nella lettera-tura
relativa. ii)I dati di emissione su cui sono stati basati gli
studi più recenti di impatto ambientale e che ci sono stati
nuovamente presentati nella riunione del 23-10-96, non sono falsi, ma
si riferisco-no a condizioni ottimali di esperimento; ben diverse da
quelle di funzionamento normale. E’ consuetudine,
in
qualunque studio sulla emissione acustica di una macchina o sulla
effi-cacia dei dispositivi che si possono adottare per mitigarla,
assumere come condizione stan-dard di riferimento la migliore
tecnicamente ottenibile in condizioni rigidamente controllate. In
realtà, non si può fare altro. La differenza di
emissione
proveniente da macchine in condi-zioni apparentemente simili
è
usualmente di tale ampiezza che, in assenza di questo standard ottimale
di riferimento, le diverse soluzioni e i diversi casi non
risulterebbero neppure confrontabili.
Così, per tornare alle linee ferroviarie, i confronti
vengono
eseguiti con rotaie saldate e mola-te, con ruote appena riprofilate al
tornio, con ammortizzatori dinamici esattamente calibrati sulla
velocità di prova, e così
via.
.
Nonostante tutto questo, la dispersione dei risultati ottenuti nelle
sole condizioni di prova è impressionante. E specialmente
non vi
è alcuna relazione diretta e semplice tra questi dati e
quelli
che si riferiscono alle condizioni di esercizio. Si possono avere,
tanto per intendersi, due gruppi di treni che in condizioni di prova
danno risultati medi ben distinguibili (di 4 dB(A), ad es.) e che non
mostrano in condizioni di lavoro alcuna differenza statisticamente
apprezzabile .
Il fatto è che l’intensità di emissione
di un
convoglio è determinata ben più dalle condizioni
di
funzionamento delle linee, dai tempi e dalle ciclicità di
manutenzione, dall’età media del parco rotabile,
che non
dalle prestazioni estreme teoricamente raggiungibili; e nel fissare il
punto di equilibrio del sistema risultano decisivi problemi di costo
della manutenzione, più che mirabolanti dispositivi tecnici.
Non è quindi strano che con un’accurata scelta
delle
condizioni di prova, e dei dati relativi, si siano potuti mostrare
risultati di assoluto valore: i migliori, ci sembra, che siano stati
ottenuti nel mondo.
Ma che questi risultati, incrementati di un ridicolo 3 dB(A) , abbiano
sostituito nella valutazione di impatto i valori medi misurabili
nell’intorno di una linea effettivamente in esercizio, non ha
giustificazione alcuna. Si è voluto, con questo artificio,
semplicemente evitare il problema. La costruzione delle linee
è
stata decisa, ma non si è svolta alcuna analisi
dell’impatto ambientale di origine acustica. iii)Il
contributo al rumore cresce approssimativamente con la settima potenza
della velocità.
Tra l’altro la sorgente del rumore aerodinamico non
è
specificamente localizzata in corrispondenza del contatto ruota-rotaia.
E’ istruttivo al riguardo riferirsi alle prove effettuate a
suo
tempo sul giapponese Shinkansen per cercar di capire il
perché
del mancato funzionamento delle barriere antirumore e che dimostrarono
come la parte superiore del treno avesse un ruolo sostanziale come
sorgente: “this was discovered in tests of noise barriers
wich
muffled the wheel/rail contact noise but were not high enough to affect
noise emanating of the top of the train” .
Ciò’ ha un notevole significato sia per quanto
riguarda il
comfort acustico dei frontisti che per l’impatto sul
paesaggio
che per i conti economici: se infatti le attuali barriere, previste
dell’altezza di circa 1,5 metri non sono in grado di
abbattere il
rumore, dovranno essere ripro-gettate, e, per un rumore che si genera
on the top of the train dovranno avere altezza adeguata o addirittura
formare dei tunnel artificiali. Le conseguenze di notevoli
quantità di barriere alte 5 o 6 metri o tunnel sul paesaggio
e
sul bilancio dell’iniziativa sono facilmente immaginabili.
v)Veniamo ora al problema del minor disturbo provocato dal rumore del
treno, rispetto al ru-more di altre sorgenti mobili. Attorno a questo
argomento ruota la ripetuta richiesta di otte-nere un bonus, una sorta
di sconto di legge per le linee ferroviarie rispetto alle altre
sorgenti. Come abbiamo ricordato, a favore di questa opinione vi sono
alcune indagini sociologiche, mentre altre sembrano indicare che la
faccenda non stia in questi termini (i relativi riferimen-ti
bibliografici si trovano nell’allegato già
citato).
E’ molto difficile trarre conclusioni da in-dagini di questo
tipo, per la difficoltà intrinseca di valutare in termini
quantitativi impressio-ni soggettive; difficoltà che si
aggiunge
alle altre, ben note, di indagine sulla popolazione.
. Sarebbe buona norma non dare a eventuali
differenze alcun
significato, se non quando esse trovino qualche riscontro in termini
misurabili - nell’ampiezza, o nel contenuto in frequenza del
segnale, ad es. E poiché il segnale acustico emesso da un
treno
non possiede alcun aspet-to che lo possa far ritenere particolarmente
benevolo, è ben difficile che il presunto favore
accordatogli
dalla popolazione si riveli un fatto reale.
A parte questa considerazione di metodo, vi sono due motivi importanti
che rendono del tutto ingiustificate le richieste di un trattamento
privilegiato per le linee AV
·
Le indagini prima
ricordate, e da cui provengono i dati forniti da TAV a riguardo di una
maggiore tollerabilità del rumore ferroviario, anche se
stranamente le fonti non vengono ci-tate, sono prive di qualsiasi
significato statistico. Questo era stato sospettato immediata-mente
alla loro presentazione; ora è stato dimostrato da una
rielaborazione degli stessi da-ti .
·
Anche se la maggiore
accettabilità (psicologica?) del rumore ferroviario fosse un
fatto rea-le, questo dato non permetterebbe di trarre alcuna
conclusione favorevole alle linee AV L’alta
velocità di
marcia introduce infatti, nel confronto delle linee normali, una serie
di e-lementi peggiorativi, a parità di intensità
media
equivalente, che non possono essere trascu-rati. Una rapida disamina di
questo argomento è accennata nell’allegato. Si
tratta
appena di un abbozzo di analisi, che non pretende di concludere il
discorso. Ma è nostra convinzione che qualsiasi analisi
più approfondita di quella che pretende di attribuire alla
parola “treno” un valore magico, porterebbe a
fissare per
le linee AV limiti di legge più restrittivi di quelli
attuali.
4.1.5
Tiriamo le somme
Non siamo dunque convinti che siano state eseguite le valutazioni di
impatto ambientale in modo corretto e questa convinzione è
stata
confermata dagli stessi tecnici che ci siamo trovati di fronte, in
particolare nelle riunioni del 23 ottobre e del 13 novembre.
In sostanza lo stato attuale della tecnologia prevista fa presupporre
l’incapacità del sistema di rientrare nei limiti
di legge
attualmente previsti per l’inquinamento acustico. In effetti
i
responsabili della TAV ci hanno ripetutamente dichiarato che i vincoli
saranno rispettati al momento dell’entrata in esercizio delle
nuove linee. La fiducia di TAV in proposito è
tutta
rivolta ai miglioramenti tecnici che si verificheranno da oggi al
momento di entrata in funzione del servizio; si tratta, come abbiamo
vi-sto, di una speranza sostanzialmente vana ed è comunque
impensabile poggiare un progetto così rilevante e costoso
quale
quello dell’AV su di una speranza.
Per la verità tra le righe si ipotizza una scappatoia, dal
momento che è ancora da definire il regolamento attuativo
per le
ferrovie della nuova legge quadro in materia di rumore. Pare che
qualcuno stia lavorando, nella definizione delle linee guida per quel
regolamento, perché venga abbandonato il concetto di limite
di
rumore sulle zone, attualmente previsto, per consentire
l’isolamento dei singoli recettori. In altre parole, se una
casa
sta in una zona entro la quale verranno superati i limiti, non si
prov-vederà a rispettare detti limiti (barriere o altro), ma
ad
isolare la casa. L’idea è tecnicamente assurda
perché, considerando l’effetto combinato del
rumore
diretto e di quello indotto dalle vibrazioni, ogni singolo intervento
verrebbe ad avere costi spropositati. Non possiamo inoltre
che
sottolineare quanto sarebbe inaccettabile l’idea che si
proponga
e so-stenga un progetto non in regola con le norme lavorando non per
cambiare il progetto ma le norme.
Prescindendo da un’ipotesi così balzana, non resta
che
constatare che ogni tentativo serio di fronteggiare il problema rumore
mantenendo le caratteristiche progettuali attuali dell’AV
avrebbe
un rilevante impatto economico. Tuttavia i costi reali stimati delle
soluzioni necessarie per abbattere le emissioni non sono stati resi
noti. Con l’entrata in funzione del sistema la possibile
sottostima di questo aspetto (i cui elementi di rischio sono notevoli:
l’incapacità dei nuovi rotabili di ottemperare i
vincoli
imposti dal capitolato di fornitura, il rapido consumo degli elementi
di rotolamento, l’efficacia delle barriere utilizzate,...)
potrebbe causare un aggravio molto pesante dei costi di
costruzione. Un altro aspetto importante è la
perdita di
valore di mercato degli immobili adiacenti ai corridoi di transito
della ferrovia ad AV. Questa conseguenza della costruzione
delle
nuove linee viene costantemente sorvolata.
Eppure gli attuali progetti sommano, sotto questo punto di vista, tutti
gli aspetti peggiori immaginabili. Si parte da una situazione
obbiettivamente difficile, poiché si deve attraversare un
territorio molto popolato, con una distribuzione degli abitati diffusa
e una situazione orografica spesso sfavorevole.
E a questo si aggiunge:
·
la più alta velocità di punta tecnicamente
possibile;
·
l’uso misto, per passeggeri e merci, delle linee;
·
la mancanza di interruzione notturna.
Un tale insieme di condizioni penalizzanti rende il progetto
dell’alta velocità italiana un caso unico al
mondo, ed ha
sicuramente delle gravi conseguenze economiche. Le cifre che vengono
qualche volta citate, come previste per eventuali opere di bonifica,
sono francamente risibili. Tra l’altro, sembra che non si
tenga
in alcun conto come gli interventi di bonifica a posteriori sono
tecnicamente difficili e, in linea di massima, estremamente
più
onerosi dei provvedimenti che si possono prendere al momento della
costruzione. Sulla questione degli indennizzi, anticipati o posticipati
che siano, torneremo più oltre in un apposito capitolo.
4.1.6
Vibrazioni
Il problema dell’effetto delle vibrazioni indotte, negli
edifici
adiacenti alla linea, dal passaggio di un treno ad AV si presenta in
termini simili a quelli già evidenziati per il rumore. Esso
è stato però, se possibile, affrontato in termini
ancor
più superficiali e vaghi di quanto già
evidenziato
appunto per il rumore. Rinviamo, per avere un esempio concreto di
questa debolezza ed ambiguità di approccio, alle
osservazioni
contenute nell’allegato 2 e relative alla MI-VE.
4.2 Sintetica Valutazione degli elaborati degli Studi di
Impatto Ambientale
4.2.1
Premessa
Gli studi di impatto ambientale effettuati per le diverse tratte del
sistema AV posseggono alcune caratteristiche comuni, prima fra tutte
quella di presentarsi più che altro come offerte di
mitigazione
più che come veri e propri studi di impatto. Appaiono in
sostanza come giustificazioni delle opere, non co-me valutazioni delle
stesse e delle possibili alternative. Scorrendoli
è
così possibile reperire affermazio-ni generiche e
contraddittorie, nonché parametri e criteri di riferimento
diversi a seconda delle circo-stanze e delle tratte, forse nella
presunzione che ben pochi leggano gli elaborati per intero e che
nessuno ne faccia un’analisi comparata. Si giunge persino a
interpretare/contestare le leggi vigenti per affermarne
l’ovvia
inapplicabilità, come nel caso della valutazione
dell’impatto acustico lungo la Torino-Milano; nel
corrispondente
Studio di Impatto si legge, a proposito del vigente limite acustico
differenziale:
“Limite differenziale : E’ evidente che nessuna
ferrovia
(come nessuna arteria stradale importante) potrà mai
rispettare
un limite differenziale. A stretto rigore, volendo per
assurdo
applicare il limite differenziale al traffico stradale, si potrebbe
dire che il passaggio di un veicolo isolato ..... violerebbe il limite
differenziale, senza che questo significhi che da tali eventi deriva un
disturbo inaccettabile .
Debolezze e limiti delle Valutazioni di Impatto già
effettuate
sono stati riconosciuti nel corso dei lavori del tavolo tecnico, in
particolare durante le riunioni del 23 ottobre e del 13 novembre 1996,
asserendo che tali studi sono solo un fatto formale per così
dire in evoluzione parallela a quella dei progetti e che il giudizio
andrebbe espresso sulla loro versione finale. Si tratta di una
posizione ben sin-golare visto che i progetti dovrebbero essere
modificati sulla base delle VIA e non viceversa. Abbiamo
esaminato in dettaglio gli Studi di Impatto Ambientale presentati da
Iricav , Tav, Italfer, Cepav , relativi alle tratte MI-TO, MI-BO e
MI-VE, in termini di disamina metodologica e corret-tezza procedurale,
con particolare riferimento puntuale ai tracciati che interessano
l’attraversamento del Ticino e l’ingresso
nell’area
metropolitana milanese tra Bernate Ticino ed Arluno per la tratta
MI-TO, l’intero tracciato in provincia di Verona, da
Peschiera
del Garda a San Bonifacio sulla tratta MI-VE,
l’attraversamento
del territorio di Campegine in provincia di Reggio Emilia per la tratta
MI-BO; riportiamo qui alcune valutazioni generali.
4.2.2
Osservazioni puntuali
Gli studi di impatto ambientale si presentano metodologicamente carenti
in quanto vengono meno ad uno dei principi fondamentali dello Impact
Assessment : la definizione in fase di screening degli
impatti,
la loro quantificazione in termini di
reversibilità/irreversibilità, la presentazione
di
scenari non unicamente legati alle alternative di tracciato.
Le
valutazioni delle alternative di tracciato risultano, a loro volta, del
tutto settoriali e legate a tre soli scenari dello stesso modello
infrastrutturale e non ponderati rispetto ad alcuna ipotesi di do
no-thing o di fare con un altro approccio tecnologico in termini di
scelta della velocità di progetto o dell’esercizio
misto
passeggeri/merci, come ricordato in apertura di relazione.
Si individuano unicamente alcuni punti critici dei tracciati
considerati di minore impatto e si propongono misure di
integrazione-mitigazione. Le diverse tipologie di impatto e
le
matrici di correlazione che vengono proposte, tendono a de-finire i
livelli di impatto in funzione dei recettori sensibili, delle
caratteristiche costruttive e delle tipo-logie di impatto,
nell’obiettivo di comparare alternative
progettuali. La
scala di valutazione degli impatti in 7 classi non distingue
reversibilità da irreversibilità, se non per il
caso
dell’attraversamento di fiumi.
Si tratta di fattori limitanti di grande rilevanza, che indicano come
gli studi siano stati redatti in funzione giustificativa
dell’opera, sulla base di leggere correzioni di tracciato.
Per quanto attiene alle normative di riferimento si rileva una non
giustificabile mancanza di ag-giornamento.
Esemplificando: la Legge Regionale Veneta 33/85, Norme per la Tutela
dell’Ambiente, è stata ulteriormente integrata
dalla Legge
Regionale 28/93. Questa successiva integrazione non viene
consi-derata dal SIA. Tecnici ed amministratori TAV hanno
più volte ribadito, nel corso degli incontri,
l’impossibilità a rispettare i limiti di rumore,
contrariamente a quanto affermato nei SIA, il che testimonia della poca
serietà con la quale sono stati redatti tali studi, dei
quali
sarebbe anche utile conoscere il costo.
Se non abbiamo capito male TAV ha avviato una serie di trattative col
ministero dell’ambiente in funzione di una modifica dei
valori e
dei limiti nell’ambito della tutela dall’impatto
acustico,
forze in forza delle considerazioni già citate 21.
Abbiamo avuto modo di rilevare, nei diversi Studi di Impatto Ambientale
relativi alle tratte considerate, un ripetersi di errori
metodologici che riassumeremo in alcuni punti:
1.la non definizione quali/quantitativa degli impatti in termini di
reversibilità/irreversibilità, 2.la voluta
confusione tra
mitigazione e compensazione, 3.la mancanza di scenari che non siano le
alternative di tracciato nell’ambito del medesimo modello
tecnologico, 4.la mancata quantificazione delle compensazioni in caso
di impatto irreversibile nei confronti di am-bienti naturali di grande
valore, 5.la mancata quantificazione delle compensazioni per la
delocalizzazione di insediamenti residenziali, 6.la scorretta
interpretazione delle guidelines per quanto attiene agli impatti da
rumore e da vibrazioni, 7.la sottovalutazione dell’impatto
elettromagnetico, per il quale, considerato il livello di incertezza in
letteratura, si sarebbe dovuto almeno invocare il principio ALARA, 8.la
ridondanza eccessiva degli elaborati nella fase di Assessment in
funzione dello Statement, 9.la redazione di sintesi divulgative
ponderose e ridondanti, impossibili da consultare ed interpretare da
parte di non specialisti.
4.2.3
Appunti agli studi di impatto ambientale (SIA)
SIA.1- Alcune affermazioni si ripetono, al punto da ritenere
che
vi sia una riproposta draft di alcuni passaggi per documenti che non
dovrebbero essere letti da alcuno per la loro minacciosa quanto
inu-tile consistenza cartacea:”...dove sarà
possibile
espropriare aree più ampie è previsto un
intervento di
compensazione al fine di organizzare la piantumazione di specie arboree
ed arbustive...Tale sistema-zione consentirà non solo
l’occlusione visiva dell’infrastruttura
ferroviaria, ma
permetterà anche di riqualificare e migliorare la
realtà
ambientale nella quale tali specie verranno inserite”.
SIA.2- Il SIA potrebbe essere ridenominato RMO, Rapporto di Mitigazione
delle Opere (copertura vegetale, tecniche di scavo, caratterizzazione
del sottosuolo).
SIA.3- La comparazione tra le tre alternative di tracciato è
di
tipo qualitativo, mai quantitativo, nel senso che mai viene segnalata
la diversa magnitudine degli impatti sui tracciati.
SIA.4- Il tema del paesaggio viene affrontato sulla base dei modelli
anglosassoni di McHarg e Strong e della geosistemica francese di
Bertrand e Tricart, un metodo di per sé corretto,
che
risulta monco qualora non integrato ai più significativi
modelli
di Ortolano e Canter (Prediction and Asses-sment of visual impacts),
senza dimenticare l’approccio all’Ecologia del
Paesaggio
proposto da Sandro Pignatti.
SIA.5- La definizione delle “aree sensibili” sulla
basa
della scala di valori MA (Molto Alto), A (Al-to), M (Medio) si basa sul
dato di fatto dell’esistenza dell’elemento
intrusivo del
tracciato autostra-dale, che già insiste su zone sensibili;
questo approccio non é corretto perché la VIA si
basa su
valu-tazioni oggettive e non su giustificazioni e compromessi.
SIA.6- I problemi di VIA, con le conseguenti mitigazioni o
compensazioni dell’opera, non possono essere risolti sulla
base
di “moderne tecniche di ingegneria naturalistica”,
combinando elementi co-struttivi vivi (vegetali) ed inerti (cementi),
idrosemine, biostuoie, siepi cespuglio, rimboschimenti, ma anche
applicando tecniche parametriche nuove come la “mitigation
banking” e compensazioni di forte valenza, non solo legate
agli
espropri, ma anche al recupero degli ambienti naturali interessati ed
alla delocalizzazione; se non si configurano simili situazioni,
fortemente partecipate al livello del-le popolazioni interessate, si
apre lo scenario dell’opzione zero, ovvero della non
realizzazione.
SIA.7- L’inquadramento generale dei suoli si basa
spesso su
documenti e sistemi di classificazione inattuali e troppo sommari per
essere minimamente credibili, la classificazione dei suoli adottata
è parziale e quindi arbitraria rispetto
all’obiettivo di
stimare la potenzialità dei suoli stessi.
SIA.8- Per il suolo agricolo vengono citati i Piani di Bonifica solo
per gli aspetti paesaggistici e non si fa cenno alla presenza di
aziende agricole o di “sistemi di aziende” di
rilevante
importanza eco-nomica, al costo di sottrazione definito come perdita
economica indotta dalla scomparsa dell’azienda
agricola,
valori tutti da considerare per non dover affrontare costi di esproprio
elevatis-simi (il business sta negli espropri?).
SIA.9- Per quanto attiene all’impatto dei cantieri e del
prestito
non si trova alcun accenno specifico, mentre occorrerebbe una
Valutazione di Impatto Ambientale mirata relativa ad ogni ipotesi di
pre-stito.
SIA.10- In alcune zone in cui il tracciato segue l’andamento
dell’asse autostradale gli strumenti ur-banistici comunali
esaminati prevedono una fascia di rispetto di larghezza variabile nella
quale, per gran parte, si inscrive il tracciato della prevista linea
ferroviaria. I promotori sostengono “Si tratta dunque di un
lembo
di territorio già preservato per eventuali usi
infrastrutturali,
il cui utilizzo non contrasta con gli obiettivi di assetto urbanistico
perseguito dai vari comuni...”.
SIA.11. TAV propone: “Le situazioni di interferenza con aree
soggette a tutela paesistico-ambientale vengono affrontate
nell’ambito della definizione delle opere di inserimento
paesaggisti-co”: un’operazione di pura cosmesi.
SIA.12- Il SIA dei diversi tracciati TAV propone descrizioni
dettagliate, alle volte logorroiche dal punto di vista ingegneristico,
rinunciando ad una specifica quantificazione degli impatti a tutto
favo-re di forti e pesanti interventi di ingegneria naturalistica e di
progettazione del paesaggio.
4.2.4
Critiche alla valutazione dei sistemi ambientali (SA)
SA.1- Gli studi di impatto ambientale avrebbero dovuto
individuare i sistemi ambientali interessati e la
potenzialità
degli impatti, mentre nella realtà, negando la stessa
ragione
della VIA come work in progress e come continuo aggiornamento di dati e
scenari, riducono la procedura al rispetto del qua-dro normativo
nazionale e regionale.
SA.2- Si ammette che l’impatto maggiore provocato dalla nuova
infrastruttura derivi dalla sottra-zione di habitat, dalla perdita di
alcuni biotopi umidi, che possono offrire un’elevata
diversità bioce-notica, alterabili per opere di drenaggio ed
inquinamento dovuto all’aumento di polveri ed alla scomparsa
di
specie igrofile sensibili; si sostiene però che
“in nessun
caso si registra una perdita tota-le per l’area di
unità
ecosistematiche”, il che appare un ben singolare metodo
scientifico.
SA.3- sulle aree intercluse si prevede di intervenire con sistemazione
a verde, onde prevenire effetti di degrado ambientale, mentre si
dovrebbe favorire la successione delle specie e non il solo
ecobu-sinness di piantumazioni, rinverdimenti ecc...
Molta enfasi si trova nella descrizione dell’inerbimento dei
versanti, il cui contesto di forme erbacee-specie di prati magri e
formazioni arbustive di caducifoglie dovrebbe rappresentare uno dei
nuovi elementi di naturalità; si sostiene che le
perdite
di superficie boscata sarebbero ampiamente com-pensate dagli
inerbimenti dei pendii ergo: “Il bilancio globale degli
impatti
residuali risulta positi-vo”.
SA. 4- La sottolineatura in merito all’interferenza con
colture
di pregio (vigneti e lembi boscati na-turali e l’interferenza
con
i fontanili e gli ecosistemi palustri) non porta ad alcuna
considerazione si-gnificativa per quanto riguarda la quantificazione
degli impatti, indicazioni di
reversibili-tà/irreversibilità che risultano
scomode ai
redattori dei rapporti i quali si muovono e scrivono
nell’ottica
di completa giustificazione del progetto TAV.
SA. 5- Se correttamente si sostiene che la formazione del querceto
padano può ritenersi conclusa da 2.000 anni, le formazioni
relitte e le residue cenosi, in quanto integrità vegetale e
floristica alterata, dovrebbero essere tutelate e la loro superficie,
se attualmente obiettivamente trascurabile, dovrebbe essere
incrementata in termini di compensazione degli impatti irreversibili
del tracciato; il SIA non deve proporsi come boutique ambulante di
cosmetica vegetale.
SA. 6- Se i lembi residui della vegetazione planiziaria
(querco-carpineto boroitalico) sono limitati a pochi esempi, il SIA
dovrebbe individuarli e localizzarli in funzione di incremento e tutela.
SA. 7- La possibilità del recupero della vegetazione riparia
dei
corsi d’acqua, ontano pioppo, olmo, se si ragiona in termini
di
“stream ecology”, è tutt’altro
che potenziale,
in quanto la presenza dell’ontano (Alnus glutinosa)
è
indicatore molto significativo, che apre a sicure ed efficaci
compen-sazioni, ben lontane però dai progetti e dagli
obiettivi
TAV.
SA. 8- Le formazioni forestali debbono essere tutelate ed ulteriormente
sviluppate in termini di equi-librio ecologico, rappresentando un
elemento paesistico di pregio per una maggiore stabilità
omeo-statica; le colture agrarie, alterate dal tracciato TAV,
dovrebbero invece essere mantenute all’attuale livello di
omeostasi relativa, ad esempio anche in armonia con il PTRC veneto del
1993, il quale tu-tela i paesaggi viticoli di collina, i paesaggi
collinari a ciliegio e la vite maritata all’acero
campestre. (Pignatti S., 1995); gli stessi redattori delle
sezioni monografiche del SIA ritengono che si tratti di “aree
complessivamente sensibili e meritevoli, per il buon livello di
omeostasi, della massima atten-zione e salvaguardia”.
SA. 9- A fronte di valutazioni quali-quantitative a volte
anche
buone, le matrici di correlazione o-pera/ambiente risultano di scarsa
efficacia, in quanto, per gli ambienti umidi, le aree boscate e gli
at-traversamenti fluviali sarebbe stato utile l’uso di un
metodo
specifico di valutazione attendibile co-me l’HES.(HES, 1980),
che
permette, in funzione dell’impatto del manufatto, una
definizione
anche temporale dell’impatto stesso.
SA.10- In alcuni punti la segnalazione in merito alla sensibile
attività neotettonica, con movimenti che potrebbero
influenzare
la geologia del tracciato, resta pura indicazione descrittiva.
SA.11- Uno specifico approfondimento dovrebbe riguardare i ricettori
suscettibili di modificazione per la complessità dei
terreni,
quali argille torbose, limi argillosi e l’idrologia
sotterranea.
SA.12- Gli aspetti faunistici vengono presentati in maniera pedante e
ripetitiva con la lodevole ecce-zione della descrizione della tenuta
Masella, nella bassa veronese, in base a dati inediti del 1992.
4.2.5
Sottovalutazione del rischio ambientale (RA)
RA.1- Gli effetti sanitari dei campi elettromagnetici vengono
trascurati, mentre debbono essere og-getto di approfondimento
problematico in relazione all’insorgere di patologie di tipo
stocastico e sul-la base delle più recenti indicazioni della
letteratura.
RA.2- Per la situazione degli insediamenti toccati dal tracciato si
dovrebbe attendere una valutazio-ne specifica non solo per ciascuno dei
fabbricati entro i 30 metri, ma anche per quelli compresi en-tro 150
metri, da censire sulla base dell’esperienza condotta per
conto
del comune di Campegine, con la partecipazione della popolazione
interessata in una fase preliminare di scoping.
Bibliografia
Aggiungiamo, a quelli già citati nel testo, alcuni elementi
di bibliografia di supporto:
·
Ortolano L., 1997,
Environmental Regulation and Impact Assessment, Wiley, New York, part
four and five, chapt. 16-25.
·
Bettini V., 1996, Elementi di ecologia urbana, Einaudi, Torino
·
Pignatti S.,1995,
Ecologia del paesaggio, UTET, Torino HES, 1980,
·
A Habitat Evaluation
System for Water Resources Planning, US Corps of Engineers, August
1980.
·
Bozzolo D., 1996,
L’inquinamento acustico dovuto alla linea Alp Transit in
Ticino,
Atti del Convegno: Nel rumore, il silenzio dei suoni, 26-26 agosto
1996, Lugano, Svizzera.
3 - Considerazioni sulla domanda di trasporto delle merci
1. L’AV risponde ad una strategia per il traffico
merci?
La realizzazione del sistema AV è ed è stata in
passato
frequentemente citata quale occasione prioritaria - se non obbligata -
per la riqualificazione ed il rilancio del vettore ferroviario nel
nostro paese, con riferimento non soltanto ai servizi passeggeri, ma
anche al trasporto delle merci. Per fare soltanto un esempio, ancora
pochi mesi fa l’ex amministratore delegato Lorenzo Necci
affermava che sulle nuove linee “... potremo
trasportare
più del doppio delle merci e dei passeggeri che transitano
oggi
...” . Secondo le numerose asserzioni di questo tenore, la
costruzione di tali linee risponde ad una logica di sistema, volta a
favorire il traffico merci ferroviario se non direttamente (attraverso
un incremento delle prestazioni cinematiche), almeno in modo indiretto
(mediante un sostanziale aumento della capacità sulle tratte
attualmente sature o vicine alla saturazione).
Il rilancio del vettore ferroviario nel trasporto delle merci
costituisce un obiettivo del tutto condivisibile, forse in misura anche
maggiore di quanto non avvenga con riferimento al traffico passeggeri;
tuttavia la relativa genericità che caratterizza la maggior
parte delle asserzioni relative al rapporto fra alta
velocità e
tale segmento di mobilità - in ordine non soltanto agli
obiettivi, ma anche alle strategie di sviluppo ed ai programmi di
esercizio - non può in questa sede essere completamente
sottaciuta.
Per quanto concerne gli obiettivi, non esiste a nostra conoscenza uno
studio che individui con precisione i risultati attesi del progetto in
ordine ai volumi di traffico. Il richiamo ad un loro possibile
raddoppio appare con frequenza, a volte riferito all’intera
rete,
a volte alle sole tratte oggetto di
“quadruplicamento
veloce”, a volte al traffico espresso in valori assoluti, a
volte
alla quota parte della ferrovia nella ripartizione modale dei traffici
nazionali. Un’articolazione del dato con riferimento alle
componenti fondamentali del traffico (nazionale ed internazionale,
tradizionale ed intermodale, ecc...) appare assente. E’
dunque
difficile sviluppare ragionamenti volti a valutare - in termini per
esempio di costi-opportunità - gli interventi proposti.
Per quanto concerne le strategie complessive, queste sembrano poter
essere ricondotte a due risultati fondamentali: a)la liberazione sulle
linee storiche di capacità precedentemente destinata ai
servizi
viaggiatori; b)la messa a disposizione di tracce orarie sulle linee di
nuova concezione.
I due risultati presentano problematiche per molti aspetti differenti,
e la loro ricaduta sulle diverse parti del sistema si caratterizza in
realtà per una notevole articolazione: su alcune tratte
(come la
dorsale Milano-Napoli) l’impiego della linea veloce per il
trasporto delle merci è considerato come elemento eventuale
(confinato per lo più alle ore notturne) o comunque
inessenziale
ai fini dell’analisi di fattibilità; su altre
(come la
Milano-Torino o la Milano-Genova) quello stesso impiego è
giudicato invece parte integrante del futuro esercizio, tanto da far
giudicare accettabili adattamenti non marginali (ad esempio la rinuncia
al cadenzamento) nei servizi passeggeri previsti.
E’ forse appena il caso di osservare, comunque, che questa
articolazione sembra rispondere soprattutto ad una necessità
di
giustificazione “a posteriori” degli interventi
tarati sui
servizi passeggeri: il richiamo al traffico merci appare laddove
l’esiguità del numero atteso di viaggiatori rende
impossibile giustificare la realizzazione della linea su questa sola
base.
Non risulta, in altri termini, essere stata condotta
un’analisi
delle criticità dei servizi merci stessi (in ordine, per
esempio, ai vincoli di capacità esistenti sulla rete
attuale,
che investono piuttosto la direttrice Milano-Bologna-Firenze ).
Si pongono a questo proposito diversi elementi di
perplessità,
circa la reale rispondenza del progetto alle evoluzioni correnti ed
attese del segmento di domanda di trasporto che qui ci interessa.
Se affiancate ad alcune note ma irrisolte questioni, inerenti
all’effettiva praticabilità della coesistenza dei
servizi
merci e di quelli passeggeri ad alta velocità sulle nuove
linee,
queste perplessità tendono a delineare un quadro di
complessiva
disattenzione nei confronti delle esigenze del trasporto merci, la cui
articolazione non è certo riconducibile a ricadute indirette
di
progetti caratterizzati da una genesi e da uno sviluppo affatto
separati.
Sembra necessario, allora, sia pure in una sede non convenzionale come
la presente, tentare di sviluppare i ragionamenti relativi al rapporto
fra sistema AV e traffico merci secondo un ordine opposto a quello
finora adottato da TAV: e cioè prendendo in considerazione
innanzitutto la domanda di trasporto e le sue trasformazioni recenti.
Soltanto in questo modo è possibile evitare il rischio di
trascurare - nell’ideazione di un’infrastruttura
tanto
importante - fattori che rivestono invece un ruolo fondamentale ai fini
del rilancio dei traffici complessivamente considerati.
2. La domanda di trasporto merci fra integrazione e
flessibilità
2.1. UN QUADRO IN FORTE TRASFORMAZIONE
I più recenti sviluppi della domanda di trasporto merci
possono
essere letti (ovviamente all’interno dei vincoli di
sinteticità qui operanti) secondo due chiavi di lettura
complementari, ed entrambe connesse ai processi di apertura dei mercati
e di deverticalizzazione produttiva che caratterizzano le dinamiche
economiche degli ultimi decenni . Senza voler entrare nei dettagli, si
può osservare come i processi in corso si accompagnino, in
numerosi segmenti industriali, ad un tendenziale incremento dei valori
per unità di peso delle merci e dei costi di possesso degli
stocks, ed insieme all’adozione di nuove logiche miranti
all’ottimizzazione dei cicli logistici. Ne deriva una vera e
propria rivoluzione nelle logiche di circolazione dei prodotti e di
trattamento dell’informazione nelle diverse fasi della catena
produttiva e distributiva , che comportano, in estrema sintesi:
*un’accelerazione ed un incremento di flessibilità
dei cicli produttivi;
*una riduzione degli stocks di materie prime, semilavorati e prodotti
finiti. Uno dei principali effetti della ristrutturazione
consiste nello spostamento del controllo del ciclo dalle fasi poste a
monte verso quelle poste a valle, secondo la logica del just-in-time (o
del flux tendu). Queste trasformazioni implicano di norma la
necessità di una crescente integrazione tra le fasi della
produzione e quelle della distribuzione commerciale, che si esplica
sovente attraverso una tendenza alla centralizzazione ed alla
degerarchizzazione delle reti di stoccaggio . Il trasporto merci si
configura in misura sempre maggiore come una semplice fase di una
catena logistica complessa, alla quale deve integrarsi secondo forme
spesso non corrispondenti alle tradizionali logiche del settore.
2.2. L’IMPATTO DELLE TRASFORMAZIONI DELLA DOMANDA
SUI SISTEMI DI TRASPORTO
I mutamenti in corso comportano rilevanti trasformazioni della domanda
di trasporto delle merci. Essi implicano, tipicamente, la tendenza
verso invii più ridotti e frequenti, e nel contempo una
maggiore
dispersione territoriale delle linee di desiderio (espresse in termini
door-to-door). In sintesi, la domanda si orienta verso una
minore
massificazione, in termini sia spaziali che temporali.
In una situazione di questo genere, i parametri critici del trasporto
tendono a focalizzarsi sempre più su alcuni aspetti
qualitativi,
come ad esempio l’affidabilità, la
puntualità e la
flessibilità dei servizi offerti. Secondo una recente
ricerca
condotta sulla situazione britannica , i fattori che influenzano
maggiormente la scelta dei servizi di trasporto da parte delle imprese
industriali risultano essere, nell’ordine:
*l’affidabilità dell’operatore (in
termini di
rispetto dei tempi di consegna, ma anche di capacità di dare
risposte rapide ad esigenze di ordine particolare);
*la frequenza del servizio (ritiri e consegne on time, tempi di attesa);
*il costo di trasporto;
*le preferenze dei partner commerciali;
*l’offerta di servizi ausiliari;
*gli itinerari prescelti.
Come si osserva, la velocità del servizio non appare ai
primi
posti della classifica (e si tratterebbe in ogni caso della
velocità commerciale, espressa in termini di tempi di
consegna
della merce, piuttosto che della velocità di punta
raggiungibile
nel corso del trasporto in linea). Va da sé che
trasformazioni della domanda di questa portata tendono ad avere un
impatto assai selettivo sui servizi di trasporto. In linea di
principio, si può affermare che tendono ad essere favoriti
gli
operatori (ed i modi) che garantiscono la maggiore
flessibilità
(come l’autotrasporto), mentre sono per converso penalizzati
i
servizi più rigidi, in termini per esempio di
necessità
di massificazione spaziale e temporale dei flussi serviti. Le
difficoltà incontrate dal vettore ferroviario dipendono
dunque,
almeno in parte, da trasformazioni strutturali della domanda, che
richiedono una ridefinizione globale dei servizi, piuttosto che un
semplice potenziamento dell’offerta intesa in termini
tradizionali.
Al di là della selettività degli impatti sui
vettori, le
trasformazioni della domanda di trasporto tendono ad accompagnarsi ad
una ristrutturazione complessiva del settore logistico, che si orienta
verso una struttura duale. Si accresce la distinzione fra le funzioni
di semplice trazione, affidata per esempio ai
“padroncini”,
e l’organizzazione della catena logistica, controllata da
imprese
spesso “a-modali” (cioè non collegate
strutturalmente ad alcun vettore). Per impiegare i termini adottati da
uno studio relativo al caso italiano , diventa sempre più
rilevante il ruolo delle “reti a valore aggiunto”,
ovvero
dei servizi che consentono di migliorare i collegamenti door-to-door
tra il cliente ed i suoi partner commerciali.
Le prospettive di rilancio del vettore ferroviario sono strettamente
connesse alla sua capacità di proporsi come elemento
competitivo
all’interno di catene logistiche integrate.
Tale prospettiva appare di norma - ma non sempre - associata ad
un’offerta di tipo intermodale:
*o con riferimento agli operatori dell’autotrasporto (come
nel combinato accompagnato);
*o con riferimento alle attività degli operatori logistici
multimodali (come nel trasporto container).
In altri termini, le prospettive di sviluppo del trasporto merci su
ferrovia non appaiono oggi necessariamente cattive (anche se il gap da
recuperare nei confronti della strada permane molto elevato), ma
sembrano generalmente subordinate alla capacità di integrare
i
servizi entro strutture più ampie, superando i tradizionali
rischi di settorialismo o di corporativismo
“vettoriale” .
Ciò richiede il miglioramento di un insieme di fattori
tecnologici e gestionali che investono, fra l’altro, i
servizi di
raccolta e di distribuzione delle unità di carico, il
trasbordo
delle merci, l’offerta di servizi ausiliari, le forme di
commercializzazione dei servizi, l’adeguamento dei criteri
gestionali e regolativi del settore, ecc... Il miglioramento
delle prestazioni del trasporto ferroviario in linea non rappresenta
dunque che un elemento di un più complesso insieme di azioni
strategiche volte al rilancio dell’intermodalità.
Nel breve e medio periodo, le prospettive
dell’intermodalità strada-rotaia appaiono comunque
interessanti (sebbene con tutta probabilità incapaci di
produrre
un’inversione di tendenza dell’andamento
complessivo del
settore del trasporto merci). In assenza delle citate ristrutturazioni,
essa sembra presentare margini in quei settori che mettono meno a
rischio le posizioni acquisite dei diversi operatori.
L’esempio
classico è costituito dalla “strada
viaggiante”, che
richiede nondimento interventi coordinati con le politiche stradali ed
autostradali, e soprattutto un adeguamento delle sagome limite al
gabarit europeo C.
Anche soluzioni complessivamente subordinate ad una logica di sviluppo
del trasporto merci ancora forzatamente fondata sulla prevalenza del
vettore stradale , dunque, richiedono capacità di
programmazione
del settore, piuttosto che un semplice incremento
dell’offerta
ferroviaria (o della capacità delle linee). Mentre sul
versante
più prettamente infrastrutturale, le questioni tecnologiche
più rilevanti - al di là delle ovvie esigenze di
disporre
di sufficiente capacità in linea - investono non tanto le
prestazioni cinematiche, quanto l’ampiezza delle sagome
ammesse
al traffico.
2.3. ALCUNI ELEMENTI STRUTTURALI CIRCA IL CASO ITALIA Le
considerazioni finora sviluppate si adattano bene al caso italiano, con
riferimento non soltanto alle problematiche dell’offerta, ma
anche all’evoluzione della domanda: per molti versi, infatti,
lo
sviluppo della piccola e media impresa e la tendenza alla dispersione
dell’industria in vasti ambiti extraurbani si associa a
processi
di deverticalizzazione ed a trasformazioni logistiche del genere sopra
descritto. Tali trasformazioni rischiano di compromettere nel lungo
periodo le prospettive di crescita del traffico merci ferroviario,
già tradizionalmente penalizzato dalla relativamente scarsa
incidenza delle produzioni pesanti nel nostro paese. Le
evoluzioni sul fronte della domanda pongono dunque alcune questioni
strategiche rilevanti circa la configurazione dell’offerta di
trasporto. Si tratta di questioni forse a prima vista un po’
astratte, ma certamente non oziose a fronte di decisioni relative alla
realizzazione di infrastrutture che dovranno servire il paese per
decine di anni.
Ovviamente, affrontare questioni di tal genere significa in qualche
misura operare nell’ambito di una politica dei trasporti non
guidata dalle sole logiche d’offerta, ma capace di affrontare
efficacemente almeno alcune note contraddizioni strutturali del
trasporto merci, la cui permanenza rischia di invalidare i progressi
fin qui compiuti in campo ferroviario. Si tratta, innanzi tutto, della
polverizzazione del settore dell’autotrasporto artigianale, e
del
permanere nei suoi confronti di forme improprie di sostegno pubblico,
che determinano un sostanziale squilibrio sul fronte dei costi esterni
, ma anche di una pianificazione regionale che appare spesso improntata
alla logica della shopping list , e di una pianificazione
nazionale afflitta da una tradizionale tendenza alla distorsione
infrastrutturale e dal più recente equivoco della
“plurimodalità”. I termini
secondo i quali il
progetto TAV si rapporto a queste ed altre problematiche di ordine
generale non rappresentano un semplice elemento complementare,
bensì una vera e propria chiave di volta della sua efficacia
per
il rilancio del vettore ferroviario.
3. Analisi del traffico merci ferroviario e delle sue
evoluzioni recenti
3.1. UNA DOMANDA DI TRASPORTO DOTATA DI UNA PROPRIA
SPECIFICITÀ
Come si è potuto fin qui osservare, il quadro complessivo
del
trasporto merci appare attualmente in via di forte trasformazione. Vi
è da chiedersi se l’elaborazione del progetto TAV
abbia
tenuto conto dell’evoluzione in atto, in tema per esempio di
punti critici o di elementi strategici sui quali far leva
nell’ambito di una politica nazionale integrata. Nella
documentazione fornita, di considerazioni orientate in tal senso non si
trova praticamente traccia.
Uno dei più fondamentali elementi di insoddisfazione nei
confronti del progetto investe proprio la sua tendenza a trattare le
problematiche del trasporto merci - e le relative soluzioni - quasi
esclusivamente in termini di ricadute indirette di scelte definite
soltanto in rapporto ai servizi passeggeri su lunga distanza. Non
è difficile riconoscere che tali problematiche presentano
invece
delle precise e concrete specificità, che dovrebbero essere
considerate con maggiore attenzione da un progetto che pone fra i suoi
obiettivi ufficiali un raddoppio della quota ferroviaria sul totale
nazionale dei traffici merci, e che costituirà
l’intervento infrastrutturale di maggior rilievo dei prossimi
anni nel nostro paese. Le note che seguono si propongono di fornire
alcune indicazioni, del tutto preliminari, in questo senso.
3.2. L’ANDAMENTO COMPLESSIVO DEI TRAFFICI
FERROVIARI Il
vettore ferroviario ha tradizionalmente svolto un ruolo secondario nel
trasporto merci italiano. Fattori strutturali (come la relativamente
scarsa incidenza sull’economia nazionale
dell’industria
pesante), ma anche scelte politiche e ritardi tecnici e gestionali
delle FS, hanno contribuito a ridimensionare il ruolo del traffico
merci su rotaia a livelli nettamente inferiori a quelli di altri paesi
europei, confinando i servizi ad alcune nicchie spesso associate
all’importazione di merci dall’estero (nel 1975 i
servizi
internazionali rappresentavano il 67% delle tonnellate trasportate ed
il 63% dei traffici delle FS espressi in tkm).
E’ ben noto che da una quindicina d’anni questa
tendenza ha
subito, se non una vera e propria inversione, almeno un forte
rallentamento. Tra il 1980 ed il 1994, il traffico merci delle FS
(c/pubblico e c/servizio) è aumentato del 20% circa,
passando da
19,0 a 22,9 miliardi di tkm. Se raffrontati con le tendenze
dell’autotrasporto (+39% fra il 1980 ed il 1993), gli
incrementi
del traffico ferroviario appaiono ancora relativamente limitati;
poiché tuttavia gli andamenti relativi al cabotaggio
marittimo,
al trasporto fluviale ed a quello per condotta sono risultati ancora
più modesti, la quota parte del trasporto ferroviario sul
totale
dei traffici interni ha teso, come si osserva nella figura seguente, a
stabilizzarsi intorno all’8-9%.
Se rapportata ai soli traffici interni su lunga distanza
(convenzionalmente posti oltre i 50 km), la quota parte delle ferrovie
cresce leggermente, attestandosi intorno al 12-13% del totale.
Anche a fronte di un’analisi sommaria come quella fin qui
effettuata, si può dunque affermare che i recenti, positivi
risultati ottenuti dalle Ferrovie dello Stato sul versante del
trasporto merci sono stati in grado di arrestare la tendenza verso lo
squilibrio modale dei traffici, ma non di invertirla.
Ciò significa, in altri termini, che la ferrovia
è stata
in grado di acquisire nuovi traffici ad un tasso pressoché
uguale a quello dell’autotrasporto, ma che non è
riuscita
ad operare un trasferimento netto di merce dalla strada alla rotaia.
Quest’ultimo risultato richiede evidentemente uno sforzo
ulteriore: e vi sono diverse ragioni per sostenere che tale sforzo non
può consistere semplicemente in un pur necessario incremento
quantitativo della capacità di trasporto, ma al contrario
richiede di rafforzare ed ampliare una serie di importanti innovazioni
sulla struttura stessa dell’offerta ferroviaria, nei suoi
aspetti
economici, tecnologici e gestionali, oltre che in quelli
infrastrutturali. Come si potrà osservare nel
seguito,
tali innovazioni stanno già dando alcuni buoni risultati, a
fronte di un progressivo decadimento dell’organizzazione
tradizionale dei traffici.
3.3. L’ANDAMENTO COMPLESSIVO DEI TRAFFICI TRA IL
1980 ED OGGI
La tabella che segue indica la quantità di merce
trasportata, i
volumi di traffico e le distanze medie percorse dei servizi merci
interni ed internazionali effettuati dalle Ferrovie dello Stato.
TRASPORTO MERCI FS (c/pubblico)
interno e cumulativo internazionale e di
transitoTOTALE
Annok tMtkmkmk tMtkmkmk tMtkmkm
198012.3085.19442243.52513.19030355.83318.384329
198111.74638.74250.488
198211.96236.93848.90016.904346
198313.2385.49941535.76711.24731449.00516.746342
198414.0345.49539240.03212.37530954.06617.870331
198514.0085.95542538.58912.01331152.59717.968342
198613.8185.97443237.51711.43630551.33517.410339
198714.8366.83746139.43511.78829954.27118.625343
198816.1917.68847541.63511.97528857.82619.663340
198917.1078.16247744.69512.42527861.80220.587333
199022.3217.92535542.90113.24530965.22221.170325
199122.1457.94335944.71713.73730766.86221.680324
199224.7588.80035544.06713.03029668.82521.830317
199324.9198.57034440.67911.65628765.59820.226308
199473.65922.533306
Fonte: Conto Nazionale dei Trasporti
Nel complesso, le FS hanno movimentato 73,7 milioni di t nel 1994,
contro i 65,6 (di cui 40,7 in servizio internazionale) del 1993. Questi
totali appaiono limitati in rapporto al totale nazionale per tutti i
modi, stimabile in circa 1,4 miliardi di t, di cui oltre 1 riferito a
spostamenti interni (prevalentemente su strada), il resto a spostamenti
di interscambio con l’estero (prevalentemente via mare).
Dalla lettura della tabella, si osserva in particolare che:
·
i traffici nel loro
complesso - espressi sia in tonnellate che in tonnellate*km -
conoscono, dopo il biennio iniziale, un andamento crescente;
l’incremento delle quantità trasportate appare
maggiore di
quello fatto registrare dai volumi di traffico, e si assiste pertanto
ad una tendenziale riduzione delle distanze medie percorse,
·
l’incremento
registrato dev’essere imputato nella sua totalità
ai
servizi interni, mentre i traffici internazionali e di transito
conoscono una stasi, se non una diminuzione;
·
le distanze medie
relative ai traffici internazionali risultano inferiori a quelle che
caratterizzano i traffici nazionali (ci si riferisce naturalmente alla
sola quota di competenza FS);
·
la dinamica dei
traffici interni si divide in due fasi abbastanza chiaramente distinte:
nella prima (all’incirca 1980-1988) la crescita espressa in
tkm
appare più consistente di quella espressa in t, e le
distanze
medie tendono a crescere, superando la soglia dei 450 km; nella seconda
accade esattamente l’opposto, e cioè si ha una
forte
crescita delle tonnellate trasportate, in corrispondenza di una
relativa stasi in termini di tkm - conseguentemente si osserva una
rapida discesa delle distanze medie percorse, che scendono al di sotto
dei 350 km.
L’andamento dei traffici appare nel complesso diversificato a
seconda della tecnica utilizzata. Come si osserva
nella
tabella che segue, gli sviluppi recenti si sono
caratterizzati per una forte crescita
delle tecniche
intermodali (container o combinato strada-rotaia), a fronte di un
decremento dei servizi tradizionali (a carro): questi ultimi
trasportavano infatti l’ 87,7 % della merce nel 1980, e solo
il
67,5 % nel 1993.
TRASPORTO MERCI FS (c/pubblico) migliaia di tonnellate
interno e cumulativo internazionale e di transitoTOTALE
AnnocontcombcarroTOTcontcombcarroTOTcontcombcarroTOT
19801.0975311.15812.3083.5192.18837.81843.5254.6162.24148.976
55.833
19811.36314910.23411.7463.1972.29533.25038.7424.5602.44443.484
50.488
19821.65129210.01911.9622.6102.49331.82536.9284.2612.78541.844
48.890
19831.74333811.15713.2382.8562.91229.99935.7674.5993.25041.156
49.005
19841.84745211.73514.0342.9703.56833.49440.0324.8174.02045.229
54.066
19851.58240512.02114.0083.1063.91231.57138.5894.6884.31743.592
52.597
19861.98751611.31513.8182.8694.19630.45237.5174.8564.71241.767
51.335
19872.05199811.78714.8363.0835.44630.90639.4355.1346.44442.693
54.271
19882.36999812.82416.1913.2105.85532.57041.6355.5796.85345.394
57.826
19892.9601.10113.04617.1073.8166.82034.05944.6956.7767.92147.105
61.802
19903.5691.58817.16422.3213.7308.54930.62242.9017.29910.137
47.78665.222
19913.7971.98316.36522.1453.8169.37231.52944.7177.61311.355
47.89466.862
19924.1402.28918.32924.7583.8399.74330.48544.0677.97912.032
48.81468.825
19934.8972.45317.56924.9193.9939.95026.73640.6798.89012.403
44.30565.598
Fonte: Conto Nazionale dei Trasporti
Come si osserva, il traffico ferroviario intermodale sta conoscendo -
specie per quanto concerne i traffici nazionali - una stagione
particolarmente positiva. Si consideri, per esempio, che uno studio
risalente a qualche anno fa indicava il traffico
potenzialmente
acquisibile dalla ferrovia, all’orizzonte 1995, in 5,2-5,5
milioni di tonnellate: tali aspettative sono state sostanzialmente
confermate, se non superate, con un incremento che tra il 1985 ed il
1993 è stato di oltre 3 milioni di t per il trasporto
container
e di circa 2 milioni di t per quello combinato. Ai valori del traffico
nazionale vanno aggiunte le quote di traffico internazionale (4,0
milioni di t i container e 9,9 milioni di t il combinato). Come si
osserva nella figura seguente, i servizi combinati rappresentano la
componente più dinamica dei traffici - ma anche il traffico
container è più che raddoppiato nel giro di poco
più di un decennio.
In sintesi, l’incremento dei traffici merci ferroviari
può
essere imputato principalmente al traffico interno e, in questo ambito,
specialmente alle tecniche intermodali (sebbene in anni recenti anche
quelle tradizionali abbiano evidenziato una dinamica positiva). Nei
traffici internazionali, il progresso delle tecniche intermodali tende
invece a compensare il decremento di quelle tradizionali.
Ciò
nonostante, la quota di traffico principale (40%) continua a riguardare
il traffico internazionale a carro; ovvero la componente meno dinamica
dell’insieme, mentre le tecniche intermodali costituiscono
ancora
una componente minoritaria del totale.
Un ulteriore elemento di interesse concerne la ripartizione dei traffici
per categoria merceologica NST/R
TRASPORTO MERCI FS (c/pubblico) migliaia di tonnellate
categorie merceologiche NST/R
Anno0123456789altri *TOT
19856.7792.2059641.0606.1529.3434.0358943.03418.0626952.597
19865.9872.3257731.0984.7309.0733.6608242.97819.8058251.335
19875.7432.3427941.2244.74610.1794.2868493.02720.97210954.271
19885.7842.1506621.1784.69811.2044.5448443.04223.6645657.826
19895.9602.1016261.2425.24111.7314.8987022.90926.3236861.801
19906.1062.1546851.3445.21312.8255.2746063.06327.8648765.221
19916.6062.2268041.5575.52212.1305.3605483.02628.96411966.862
19925.6061.9376111.7655.40012.0455.1894883.14930.9251.71068.825
19934.6611.6424131.6935.21411.1534.9984583.13531.46276965.598
Fonte: Conto Nazionale dei Trasporti
Si osserva in particolare:
·
il declino di alcune
importanti categorie, quali i prodotti agricoli (0) ed i minerali e
cascami vari per la metallurgia (4);
·
la tenuta di altre categorie, fra cui i prodotti metallurgici
(categoria 5);
·
la forte crescita
della categoria 9, che include praticamente tutti i prodotti finiti
delle manifatture meccaniche e delle industrie leggere: questa
categoria rappresentava il 24% del volume di merce movimentata nel
1980, il 48% di quella movimentata nel 1993.
Se ne può concludere che i progressi del vettore ferroviario
sono collegati in modo cruciale alla capacità di rispondere
alle
esigenze di trasporto di merci finite, caratterizzate da un valore per
unità di peso di norma superiore a quello delle materie
prime e
dei semilavorati, che costituivano il mercato tradizionale del
trasporto ferroviario.
3.4. L’ARTICOLAZIONE TERRITORIALE DEL TRAFFICO AL
1994
Un ultimo elemento analitico, relativo all’andamento dei
traffici
FS, è costituito dall’articolazione territoriale
dei
traffici. Tale articolazione può essere dedotta da due fonti
distinte:
·
le matrici OD
rettangolari per regioni e stati esteri (traffico internazionale),
aggiornata al 1992;
·
la matrice OD quadrata per regioni (traffico nazionale), aggiornata al
1994.
Non si ripeterà mai a sufficienza che l’analisi
delle
matrici OD si presta soltanto indirettamente all’analisi
della
domanda di trasporto, in quanto riporta soltanto le componenti
soddisfatte, tralasciando invece quelle potenziali, ovvero qualunque
considerazione in merito all’articolazione territoriale
dell’elasticità diretta ed incrociata. Nondimeno,
la
semplice presa in considerazione dell’andamento dei traffici
interni desunto dalle matrici citate offre un quadro già
significativo dell’articolazione della domanda.
Per quanto concerne i traffici internazionali, si evidenzia un dato
assai peculiare, consistente nel fatto che l’80% circa degli
scambi con l’estero ha origine o destinazione in una regione
frontaliera (cfr. la tabella seguente).
TRAFFICO FERROVIARIOINTERNAZIONALE (1992)
Regione
in partenzain arrivo
Liguria
1,5%
1,2%
Piemonte e Valle
d’Aosta
16,7% 17,0%
Lombardia
33,7% 31,7%
Veneto e Trentino - Alto
Adige20,2%
18,4%
Friuli - Venezia
Giulia
5,8%
9,0%
Tot.regioni
frontaliere
78,0% 77,2%
Altre
regioni
22,0% 22,8%
Totale
Italia
100,0%
100,0%
Questa circostanza è dovuta in parte ad
un’oggettiva
difficoltà nella prosecuzione dei traffici oltre i primi
attestamenti italiani (per le carenze strutturali od operative del
servizio), in parte alla concentrazione delle attività
produttive nelle regioni del Nord Italia.
Sta di fatto in ogni caso che i traffici internazionali (che
costituiscono la componente di gran lunga prevalente del traffico
ferroviario) risultano sostanzialmente poco interessati alla
configurazione prevista per la rete AV. Essi pongono dunque rilevanti
problemi di integrazione (in rapporto per esempio alle funzioni di
gateway), ma non di capacità delle tratte interessate dal
progetto di alta velocità.
Per quanto concerne invece i traffici nazionali, di seguito si propone
una riaggregazione per grandi ambiti nazionali (Nord-ovest, Nord-est,
Centro, Sud ed Isole) della matrice
OD
regionale relativa al 1994 .
Nord-ovestNord-estCentroSud IsoleTOTALE
Nord-ovest27,4%5,3%4,8%2,0%2,6%42,0%
Nord-est10,9%6,0%3,0%1,4%3,3%24,6%
Centro7,1%1,9%8,6%0,6%1,5%19,6%
Sud 1,0%0,8%2,2%1,8%0,6%6,3%
Isole1,4%3,4%1,0%0,5%1,1%7,4%
TOTALE47,8%17,4%19,6%6,2%9,1%100,0%
Come si osserva, circa la metà (precisamente il 49,6%) dei
volumi di merce movimentati per ferrovia ha origine e destinazione nel
Nord-italia. Nel complesso, le regioni dell’Italia
settentrionale
sono interessate da più dell’80% dei traffici
totali;
soltanto il 16% circa dei volumi di merce movimentati è
diretto
dal Nord al Sud od alle Isole e viceversa.
Dall’analisi
della matrice OD regionale (riaggregata in 15 aree ) si osserva inoltre
che:
·
Le relazioni Nord /
Sud-Isole ammontano al 9,2% in andata (2.262.185 Mt/anno) ed al 6,5% in
ritorno (1.612.412 Mt/anno); la quota di 2,2 milioni di t/anno, divisa
per 240 gg/anno e 600 t/treno, corrisponde a 16 coppie di treni/giorno;
·
Le regioni
maggiormente interessate dai traffici in origine sono la Liguria (6,0
Mt/anno), la Toscana (3,3 Mt/anno), l’Emilia-Romagna (2,8
Mt/anno) e la Lombardia (2,6 Mt/anno); mentre quelle maggiormente
interessate dai traffici in destinazione sono la Lombardia ed il
Piemonte-Valle d’Aosta (4,4 Mt/anno ciascuna), la Toscana
(3,4
Mt/anno) e la Liguria (2,9 Mt/anno). Ciò significa che il
trasporto ferroviario merci italiano si configura attualmente
più come elemento di connessione fra i porti
dell’arco
tirrenico settentrionale (Livorno, La Spezia, Genova e Savona-Vado) e
le aree industriali del Nord-Ovest, che non come un’effettiva
rete a servizio dell’intero paese (ed in particolare delle
relazioni Nord-Sud).
·
Questa circostanza
determina una concentrazione dei traffici lungo le direttrici padane ed
in parte su quelle tirreniche, relativamente marginali rispetto al
progetto AV. Per esempio, le merci dirette verso il Piemonte e la Valle
d’Aosta (che costituiscono - come si è visto - una
delle
due principali aree di attrazione del traffico ferroviario nazionale)
provengono per il 71,5% dalla Liguria (e non sono interessate dunque da
alcuna direttrice del sistema AV), il 4,6% proviene da Lombardia,
Veneto e Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia (interessando le
direttrici TO-MI e MI-VE), il 3,8% proviene
dall’Emilia-Romagna e
della direttrice Adriatica (Marche, Abruzzo e Molise, Puglia)
interessando - ma solo marginalmente - la linea MI-BO,
l’11,4%
proviene dalla direttrice tirrenica (Toscana, Lazio, Campania, Calabria
e Basilicata, Sicilia) che può essere servita dalla
direttrice
Genova-Pisa-Roma-Napoli. In conclusione, la linea Milano-Bo-Fi-Roma
appare sostanzialmente poco interessata a questi traffici, mentre le
due dorsali tirrenica ed adriatica sembrano svolgere un ruolo maggiore
di quello che le caratterizza con riferimento al traffico passeggeri.
3.5. LA SITUAZIONE DELLA RETE
Secondo la documentazione fornita dalla TAV, l’attuale
impegno
delle linee interessate ai quadruplicamenti (tratte più
cariche)
è il seguente:
linealentalineaveloce
merciTOTALEmerciTOTALE
Torino-Milano62225==
Milano-Bologna82230==
Bologna-Firenze50232==
Firenze-Roma451710138
Roma-Napoli53198
Come si osserva, l’offerta merci appare maggiore nelle tratte
del
Nord Italia, ed in particolare sulla Milano-Bologna, mentre decresce al
di sotto degli Appennini. Sulla direttissima Roma-Firenze, nonostante
il carattere universale della linea, non circola alcun treno merci.
La crescita dei traffici ferroviari ha fatto sì che, negli
ultimi anni, numerose tratte raggiungessero i limiti di saturazione (a
condizioni tecnologiche attuali). In particolare, seguendo un recente
studio curato dal Freight Leaders Club , risultano sature o vicine alla
saturazione le tratte seguenti:
·
Torino-Genova
·
Genova-Livorno
·
Milano-Verona
·
Milano-Bologna
·
Verona-Bologna
·
Bologna-Firenze
·
Ancona-Bari
·
Ancona-Roma
·
Messina-Catania
·
Catania-Palermo
Occorre tuttavia notare che i limiti di capacità non sono di
norma raggiunti lungo l’intera estensione della tratta,
bensì in un numero relativamente limitato di punti critici,
vuoi
a causa della presenza di sezioni a binario singolo, vuoi a causa della
sovrapposizione di più direttrici di traffico sulle medesime
tratte, vuoi a causa dell’incremento dei traffici passeggeri
nelle vicinanze dei principali nodi urbani. La rete esistente
si
caratterizza inoltre per diffuse limitazioni di sagoma, che interessano
anche direttrici importanti.
Si deve osservare che l’offerta merci Nord-Sud appare oggi
distribuita più sulle direttrici laterali (adriatica e
soprattutto tirrenica) che non sulla dorsale centrale, in parte a causa
dell’integrazione con i traffici portuali, in parte per la
condizione di saturazione della linea Milano-Bologna-Firenze.
3.6. LE LINEE DI SVILUPPO
Al di là della configurazione attuale dei traffici e delle
criticità di rete ad essa associati, interessa conoscere la
loro
evoluzione recente. Un confronto fra le matrici OD regionali
riaggregate per le 15 aree sopra citate e riferite agli anni 1986 e
1994 consente di evidenziare alcune grandi tendenze manifestatesi
nell’ultimo decennio.
In particolare, tra il 1986 ed il 1994 si è avuto in
incremento
dei volumi di merce movimentati pari a 7,9 milioni di t (+47,2%). Tale
incremento si è ripartito però piuttosto
irregolarmente
nelle diverse zone del paese, come si osserva nella tabella che segue:
ZonaFlussi OFlussi D
Piemonte + Valle d’Aosta+1,6%+17,5%
Liguria+31,8%+290,2%
Lombardia+123,8%+71,3%
Veneto+Trentino-AltoAdige+87,3%+54,5%
Friuli-Venezia Giulia-35,0%-19,0%
Emilia-Romagna+131,2%+151,8%
Toscana + Umbria+48,3%+24,0%
Marche+445,4%+22,0%
Lazio+62,6%+49,1%
Abruzzo + Molise+29,2%-3,1%
Campania-29,3%+20,2%
Puglia+160,0%+27,4%
Calabria + Basilicata-36,4%-2,8%
Sicilia+48,2%+27,5%
Sardegna+188,9%+11,6%
Media nazionale+47,2%+47,2%
Per quanto attiene ai flussi in destinazione (D), si evidenzia una
concentrazione della crescita nell’area padana (regioni
Liguria,
Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto + Trentino-Alto Adige).
Più
articolata la situazione relativa ai flussi in origine (O), che vede
emergere anche la Sardegna e due regioni della direttrice adriatica
(Marche e Puglia). In entrambi i casi - con la possibile eccezione del
Lazio - i flussi Nord-Sud potenzialmente interessanti per la direttrice
centrale crescono meno della media nazionale.
Analizzando singolarmente ciascuna delle 225 relazioni O/D che
costituiscono la matrice dei traffici regionali riaggregata su 15 zone,
si osserva che:
·
su 100 relazioni i flussi, perdendo nel complesso 2,1 milioni di t;
·
sulle restanti 125
relazioni i flussi crescono, con un incremento di 10 milioni di t;
·
le prime 27
relazioni per aumento di traffico spiegano la crescita complessivamente
ottenuta a livello nazionale (+7,9 milioni di t); in altri termini, il
100% dell’incremento è spiegato dal 12% delle
relazioni;
·
le prime 20 relazioni spiegano l’87,9%
dell’incremento;
·
le prime 10 relazioni spiegano il 61,7% dell’incremento;
·
fra le prime 20 relazioni, soltanto 2 riguardano regioni meridionali;
·
fra le prime 10 relazioni, 7 si sviluppano tra regioni adiacenti.
La figura seguente individua le relazioni OD maggiormente dinamiche:
come si osserva, tali relazioni interessano nella quasi
totalità
dei casi regioni del Nord Italia. In altri termini, in anni recenti la
componente più dinamica del traffico merci ferroviario si
è sviluppata sulle medie, piuttosto che sulle lunghe
distanze. E
se è difficile attribuire alla velocità di punta
dei
servizi un ruolo rilevante lungo le relazioni di lungo raggio,
l’operazione appare fondamentalmente priva di senso per
traffici
che non superano la soglia dei 250-300 km.
Un’ultima analisi, condotta con riferimento
all’andamento
dei traffici sulle relazioni OD potenzialmente interessanti le diverse
tratte facenti parte del sistema AV ha fornito il risultato indicato in
figura seguente. Come si osserva, sebbene i criteri di
attribuzione siano stati tendenzialmente generosi (non si è
cioè tenuto conto delle possibilità di
redistribuzione
dei traffici su tratte alternative) soltanto due delle sette tratte che
compongono il sistema si caratterizzano per tassi di crescita superiori
alla media nazionale. Si tratta, in particolare, della Milano-Genova e
della Bologna-Milano, entrambe interessate agli sviluppi della
portualità ligure.
E’ difficile dire fino a che punto il ristagno dei traffici
ferroviari Nord-Sud sia collegato
all’indisponibilità di
capacità aggiuntiva sulla rete ferroviaria, e quanto non
derivi
invece da un trend economico complessivo. E’ comunque
evidente
che la crescita dei traffici interessa se non altro anche direttrici
diverse da quelle investite dal progetto AV.
3.7. LE PROSPETTIVE DI SVILUPPO DELLA DOMANDA
Vi sono molti elementi che contribuiscono a far credere che, allo stato
attuale, il mercato del trasporto merci ferroviario possa risultare
sostanzialmente trainato dall’offerta, purché
questa
sappia orientarsi secondo strategie commerciali compatibili con
l’attuale struttura del settore dei trasporti.
A questo proposito, i tre segmenti di domanda che appaiono
più
interessanti sembrano essere i seguenti: a)i servizi container e
l’integrazione con i traffici portuali; b)i servizi combinati
internazionali, con riferimento in particolare alla problematica dei
valichi; c)i servizi combinati nazionali Nord-Sud.
Di questi tre segmenti, soltanto l’ultimo interessa
direttamente
le direttrici investite dal progetto AV, mentre gli altri due sembrano
rivestire a questo riguardo un ruolo marginale. La stessa linea AV
Milano-Genova, nella sua impostazione progettuale attuale, non sembra
rispondere con chiarezza all’evoluzione dei traffici portuali
liguri, che evidenziano problematiche di capacità
localizzate su
alcuni punti (come la tratta Voghera-Tortona) e presentano margini di
sviluppo su direttrici alternative.
4. Il progetto TAV e le problematiche del trasporto merci
ferroviario
4.1. ALCUNE CONSIDERAZIONI DI ORDINE GENERALE
Alla luce di quanto fin qui affermato, è quasi superfluo
ricordare che gli eventuali elementi di interesse del progetto TAV per
il traffico merci ferroviario non si riconducono tanto a questioni di
incremento di velocità (sostanzialmente poco influenti ai
fini
del rilancio dei traffici) quanto a questioni di capacità.
Poiché inoltre gran parte della rete storica presenta
limitazioni di sagoma non facilmente superabili, mentre le
caratteristiche di esercizio delle nuove linee richiedono comunque
dimensioni trasversali generose, sembra ragionevole porsi
l’obiettivo dell’utilizzazione delle nuove linee
per tipi
di traffico incompatibili con la rete esistente.
Allo stato attuale, i vincoli di capacità e di sagoma
tendono ad
insistere su gran parte delle relazioni interessanti per il traffico
combinato nazionale. La prospettiva del quadruplicamento di linee
fondamentali della rete rappresenta indubbiamente
un’occasione
per ovviare a tali vincoli; tuttavia non è per nulla
evidente
che il progetto TAV, nella sua versione attuale (sviluppata come si
è visto con prevalente, se non esclusivo, riferimento alle
esigenze del traffico passeggeri su lunga percorrenza), costituisca una
soluzione soddisfacente dal punto di vista dei
costi/opportunità.
Vi sono infatti numerose perplessità relative
all’effettiva efficacia dell’intervento ai fini
della
liberazione di capacità disponibile per il trasporto merci
su
linee di sagoma adeguata. Tali perplessità riguardano, da un
lato, la rispondenza del disegno complessivo del sistema alla
configurazione territoriale della domanda soddisfatta e potenziale,
dall’altro, le proprietà tecniche delle linee, che
sembrano incoerenti con l’asserito carattere
“universale” dell’alta
velocità italiana.
4.2. LE CONDIZIONI DI ESERCIZIO ATTESE E LA LORO RISPONDENZA ALLE
ESIGENZE
DEL TRASPORTO MERCI
Come si è visto, i recuperi di capacità previsti
in
rapporto al progetto AV risultano in parte dalla
disponibilità
di tracce sulle nuove linee, in parte dalla liberazione di tracce
precedentemente occupate dai servizi passeggeri sulle linee storiche.
La distinzione non è banale, specie con riferimento alle
sagome
limite ammissibili: è evidente, infatti, che mantenere il
traffico merci sulle linee storiche costituirebbe una soluzione
soltanto parziale alle problematiche poste dal trasporto combinato
nazionale.
La documentazione fornita durante le riunioni ha evidenziato una
differenza di impostazione, su questo punto, tra la dorsale
Milano-Bologna-Firenze-Roma-Napoli e le altre direttrici inserite nel
sistema.
Per quanto concerne queste ultime, ovvero le linee
Torino-Milano-Verona-Venezia e Milano-Genova, si dichiara che il
trasporto delle merci assume un valore strategico, anche in rapporto
alle attese di incremento dei traffici internazionali verso Ovest e
verso Est (previsioni a loro volta sostenute dalle attese relative alla
realizzazione delle linee AV nazionali), e che l’esercizio
sarà effettuato prevedendo un traffico composto al 50% da
passeggeri ed al 50% da merci. Le merci viaggerebbero sia di giorno che
di notte, secondo un’organizzazione del traffico per fasce
orarie, essendo l’alta velocità passeggeri (intesa
come
300 km/h) concentrata in una (o due) fasce giornaliere, durante le
quali non circolerebbero convogli merci. Non si è potuto
capire
quanti sarebbero effettivamente i treni/giorno impostati sui 300 km/h,
ma pare chiaro che essi non potranno che costituire una parte modesta
dei 44 (escludendo i notturni) che ad esempio vengono previsti fra
Torino e Milano . Al di fuori delle fasce dedicate ai treni
impostati a 300 km/h, convivrebbero treni passeggeri a 200 km/h e merci
a 120-140 km/h. A specifica richiesta è stato riconosciuto,
per
parte TAV, che l’elevata densità di convogli merci
e le
particolari esigenze di quel tipo di trasporto farebbero
venir
meno il cadenzamento dei treni passeggeri, contrariamente a quanto
affermato nella documentazione precedentemente fornita 17; verrebbe
così meno un degli elementi di qualità del
trasporto
passeggeri che le Ferrovie promettono invece di garantire. Nelle fasce
a trasporto misto verrebbe meno anche
l’omotachicità dei
convogli. Per quanto concerne invece la dorsale
Milano-Bologna-Firenze-Roma-Napoli, il modello di esercizio prevede di
concentrare tutto il traffico merci durante la notte. La
potenzialità dichiarata è di 50-60 tracce per
notte (con
cadenzamenti sino a 5 minuti), ma l’offerta iniziale
preventivata
è di sole 10 tracce. Alla richiesta di chiarire le
valutazioni
economiche alla base di questa offerta si è ottenuta la
risposta
che si tratta di una mera ipotesi e che comunque non ha concorso alla
determinazione del conto economico relativo alla direttrice, in quanto
su di essa l’attivo sarebbe garantito dal solo traffico
passeggeri. E’ evidente tuttavia che tale valutazione -
anch’essa in sé discutibile - non può
essere estesa
a tutte le tratte interessate (in particolare, è dubbio che
la
si possa applicare anche alla Roma-Napoli).
Le previsioni di impiego delle nuove linee sono le seguenti:
linealentalineaveloce
merciTOTALEmerciTOTALE
Torino-Milano2218650112
Milano-Bologna9617810142
Bologna-Firenze5812410176
Firenze-Roma5818610202
Roma-Napoli6420010138
E’ in qualche modo paradossale osservare che gli incrementi
di
offerta merci derivanti dall’applicazione di questo modello
di
esercizio tendono a concentrarsi su quelle parti della rete che meno ne
sentono il bisogno (come la Milano-Torino), o per le quali sono
comunque disponibili riserve di capacità su linee
alternative;
essi risultano invece relativamente ridotti proprio su alcune delle
linee maggiormente critiche (per non parlare poi dei vincoli di
capacità su linee escluse dal sistema): in particolare,
l’offerta sulla Milano-Bologna passerà da 82 a 96
treni/g
(con un incremento del 17% circa), mentre sulla Roma-Napoli - in
presenza di due linee storiche - passerà da 53 a 74 treni/g
(con
un incremento del 40%). Vi sono, dunque, diversi elementi che
fanno ritenere che l’attuale carattere
“chiuso” del
sistema - o quanto meno delle condizioni di esercizio prospettate - non
garantiscano un adeguato impiego della capacità aggiuntiva
da
parte di tutti i servizi ferroviari.
4.3. ALCUNE QUESTIONI DI INTEGRAZIONE NEI NODI
Come si è già avuto modo di osservare, i vincoli
di
capacità che affliggono le condizioni d’esercizio
sulla
rete attuale non sono distribuiti uniformemente sulle linee indicate,
bensì risultano concentrati in un insieme limitato di punti
critici, di norma in corrispondenza dei principali nodi. Tali vincoli
di capacità derivano soprattutto dalla difficile coesistenza
dei
servizi passeggeri locali con il traffico a lunga percorrenza (merci e
passeggeri).
I servizi locali - in assenza di cadenzamento - tendono ad interessare
le linee maggiormente nelle ore di punta; ed anche in presenza di
cadenzamento tendono a non impiegare tracce notturne. I servizi merci,
invece, si sviluppano spesso in queste ore; essi presentano dunque
elementi di complementarietà con i treni passeggeri a lunga
percorrenza, che di notte non circolano o, se circolano, possono
viaggiare a velocità ridotte.
Giungendo nei nodi la mattina e ripartendo da essi nelle ultime ore del
pomeriggio, essi tendono invece a confliggere con i servizi locali. Non
è
difficile prevedere il ripresentarsi in tempi relativamente brevi di
problemi di capacità sulle linee storiche, nella vicinanza
dei principali
nodi urbani: proprio come accade oggi, con la differenza che
esisterà una
linea veloce di scarso e difficile impiego, a causa
dell’eccessivo
intervallo di velocità fra i servizi merci e quelli
passeggeri a lunga
percorrenza. Ma anche ipotizzando che i traffici merci possano
impegnare,
in questi frangenti ed almeno nelle immediate vicinanze del nodo, la
linea
veloce, questo farà sì comunque che essi vengano
istradati su linee
radiali: a Milano, per esempio, significherebbe mantenere il traffico
merci
sulla congestionata cintura ferroviaria, invece che dirottarlo su linee
tangenziali. Nelle città emiliane succederà anche
di peggio: i convogli
merci interesseranno la linea che penetra nell’area urbana,
mentre saranno
i servizi passeggeri a by-passarla dall’esterno, senza
fermarsi
4.4. QUESTIONI DI PENDENZE E DI SAGOME
Si tratta, forse, dell’insieme di problematiche
più noto e
dibattuto, cruciale ai fini di un’universalità di
funzioni
ripetutamente enunciata, ma difficilmente rintracciabile nelle scelte
progettuali. Come si sa, il carattere universale di una linea si gioca
essenzialmente sui vincoli di pendenza (e di sagoma ferroviaria). La
direttrice Roma-Firenze è stata realizzata con
caratteristiche
fondamentalmente “aperte” - anche se inadatte al
combinato
accompagnato (pendenza massima dell’8 per mille, sezione
delle
gallerie di 60 m², interasse tra i binari di 4 m; frequenti
interconnessioni con la rete storica). Le nuove linee pongono, a questo
proposito, alcuni problemi di coerenza: esse presentano infatti,
accanto a caratteristiche progettuali di tipo
“universale”
(sezioni di 76 m²), caratteristiche di tipo dedicate - ed in
particolare una pendenza massima pari al 18 per mille sulla
Bologna-Firenze ed al 21 per mille sulla Roma-Napoli.
In effetti, il limite di pendenza per le linee ferroviarie è
stato fissato dall’accordo sulle grandi reti ferroviarie di
Ginevra (ratificato con L.137/89) nel 35 per mille su linee dedicate al
solo traffico passeggeri, e nel 12,5 per mille su linee dedicate anche
al traffico merci; le Neuebauenstrecken tedesche, universali, hanno
pendenze massime del 12 per mille. La scelta di adottare standard
progettuali non conformi alle indicazioni internazionali appare
rappresentativo dell’effettivo profilo dedicato della dorsale
Milano-Roma-Napoli.
4.5. QUESTIONI DI MANUTENZIONE DELLE LINEE E DI MATERIALE
ROTABILE
Un ulteriore problema deriva dal fatto che il modello
d’esercizio
prevede che i treni merci viaggino anche (o solo di notte), quando
dovrebbe effettuarsi anche la manutenzione ordinaria delle linee. Al
riguardo, è stato presentato un piano che prevede la
presenza di
stazioni manutentive ogni 48 km e l’intervento su di un
binario
alla volta, disattivandone le tratte per 4-5 ore consecutive. Questo
schema, considerata anche l’ipotizzata presenza dei treni
passeggeri notturni a lunga percorrenza, interferisce pesantemente con
l’offerta di trasporto promessa. Ancor
più rilevante
è il fatto che l’utilizzo di una stessa linea
tanto per
treni passeggeri a 300 km/h che per treni merci a 120-140 km/h pone
tutta una serie di problemi tecnici, che paiono essere stati ampiamente
sottovalutati - se non ignorati - da parte della TAV e delle
FS.
Tali problemi riguardano per esempio l’usura della linea
indotta
dal traffico merci. L’affermazione secondo cui questa non
sarebbe
sostanzialmente diversa da quella provocata dal traffico passeggeri si
basa sull’osservazione secondo cui il maggior peso delle
merci
risulterebbe compensato dalla loro minore velocità.
Ciò
tuttavia dà in qualche modo per scontato che i carri per il
trasporto siano in un certo senso simili alle carrozze passeggeri, nel
senso che il carico dev’essere sospeso, ovvero che il
materiale
rotabile impiegato dal traffico merci debba essere dotato di carrelli
ed ammortizzatori, essi stessi assoggettati ad una assidua ed attenta
manutenzione.
Per accedere alle linee AV, dunque, le merci non potranno viaggiare su
uno qualunque dei carri attualmente in esercizio . Dalla documentazione
e da esplicite dichiarazioni, risulta che né la TAV,
né
le FS intendono fornire i carri necessari, in quanto ciò
comporterebbe un investimento non quantificato, ma forse
dell’ordine delle migliaia di miliardi di lire. Le FS
metterebbero a disposizione, oltre alla linea, soltanto le motrici
speciali necessarie. In sintesi, ciò significa che i
potenziali
utenti dovrebbero dotarsi in proprio dei carri necessari, accollandosi
l’onere del relativo investimento.
Si pongono a questo punto due problemi importanti. In primo luogo, chi
verifica le condizioni di accesso dei carri alla linea (nel corso delle
riunioni, nulla è stato detto sulle modalità di
controllo
dell’idoneità del materiale rotabile, controllo
che
presumibilmente dovrà avvenire periodicamente e prevedere
un’apposita certificazione). In secondo luogo, chi paga il
materiale rotabile stesso, o meglio, a quale voce
dell’analisi
finanziaria relativa agli investimenti nel sistema AV devono essere
imputati i costi di acquisizione dei carri.
Si può osservare, infine, che - anche in uno scenario di
completa applicazione della direttiva 440/91 - ben difficilmente un
operatore privato si accollerebbe i costi del materiale rotabile e le
tariffe della linea AV, presumibilmente più elevate di
quelle
della linea storica. Gli scriventi non sono in grado di immaginare,
né TAV né Italferr sis.TAV sono state in grado di
indicare quali utenti sarebbero disposti a pagare tariffe
più
elevate ed a dotarsi dei carri speciali necessari per trasportare quali
merci sulla linea AV piuttosto che sulle linee tradizionali oppure
(qualora queste ultime risultassero sature od interdette) sulla strada.
4.6. OSSERVAZIONI CONCLUSIVE
In conclusione, il progetto TAV e le sue incongruità
sembrano
profilare - con riferimento al trasporto merci - alcuni rischi non
trascurabili, specie sul versante del rapporto
costi/opportunità. In altri termini, la realizzazione del
sistema di nuove linee, così come configurato dai progetti
attuali, non sembra poter apportare un sostegno strutturale ai traffici
merci, ma soltanto alcuni aggiustamenti parziali; in questo senso, esso
rappresenterebbe un’occasione perduta sulla via
dell’ammodernamento e del potenziamento del trasporto
ferroviario
delle merci nel nostro paese. In primo luogo, come si
è
visto, numerosi elementi tendono a far temere che nella maggior parte
dei casi quasi tutto il traffico merci continuerà a
viaggiare
sulle linee storiche, confliggendo talvolta pesantemente con
l’offerta passeggeri locale, mentre la capacità
delle
nuove, parallele infrastrutture tenderà ad essere
inutilizzata.
Come si è visto, sulla Milano-Roma-Napoli, ed in particolare
sulla Milano-Bologna (una delle linee che evidenziano il maggiore
fabbisogno in termini di capacità aggiuntiva e nel contempo
di
potenziamento dei servizi passeggeri a media e breve percorrenza)
verrà a determinarsi una situazione paradossale per cui le
merci
continueranno a passare dentro alle città, mentre gli
intercity
passeranno all’esterno.
Ma il fatto che le merci continueranno a viaggiare sulle linee storiche
significa anche che esse continueranno ad essere soggette ai vincoli
tecnologici - in particolare ai vincoli di sagoma - che caratterizzano
l’attuale esercizio. Il rischio è, in questo caso,
di
continuare ad avere un paese “tagliato in due”, non
più tanto a causa della saturazione delle linee, quanto
invece
per il mancato ammodernamento della rete effettivamente impiegata.
Poiché infatti gli ammodernamenti di sagoma sono in via di
attuazione sulle principali linee internazionali di valico, le regioni
della Pianura Padano-veneta avranno la possibilità di
sfruttare
appieno i vantaggi dell’intermodale, rafforzando i loro
collegamenti con il resto d’Europa. Le regioni del
Centro-sud,
invece, tagliate fuori da queste potenzialità, dovranno
accontentarsi di un mercato povero e di secondaria importanza. In uno
scenario di questo genere, il trasporto merci resterebbe (in linea con
il passato) una questione prevalentemente di traffici internazionali,
ed i recuperi fino ad oggi ottenuti su quelli nazionali troverebbero
comunque alcuni freni nel loro sviluppo.
5. Una revisione possibile
5.1. RIPORTARE AL CENTRO GLI OBIETTIVI DI SOSTEGNO AL
TRAFFICO MERCI
Alla luce delle perplessità finora emerse, è a
nostro
parere possibile affermare che, per rappresentare appieno una reale
occasione di rilancio del trasporto merci su ferro, il progetto TAV
dovrebbe quanto meno essere sottoposto ad una profonda revisione,
ovvero a modifiche ed integrazioni volte a garantire il suo corretto
inserimento nella rete e nei traffici attuali.
La definizione dei criteri di revisione richiederebbe di per
sé
un quadro di riferimento che consentisse di comparare i costi ed i
benefici dell’investimento nel sistema AV con altre possibili
strategie di offerta. In assenza di un quadro di obiettivi
stabile e condiviso, è comunque possibile sviluppare alcune
indicazioni di massima, volte se non altro ad orientare il dibattito.
A questo proposito, osserviamo fin da subito che:
·
la sola
considerazione dell’elevatissimo costo degli investimenti in
nuove infrastrutture rende opportuno esplorare ogni alternativa
finalizzata ad incrementare la capacità della rete esistente;
·
qualunque intervento
infrastrutturale, proprio in ragione del suo costo elevato,
dovrà essere orientato alla massima integrazione con la rete
attuale, al fine di rispondere in tempi brevi alle necessità
dell’esercizio. E’ importante, inoltre,
che gli
interventi in programma non siano generalizzati senza motivo apparente
ad intere tratte, ma risultino invece mirati, a partire dai punti oggi
maggiormente critici.
5.2. RIEQUILIBRIO DEI TRAFFICI
Il traffico merci ferroviario italiano è tradizionalmente
caratterizzato da coefficienti di carico non particolarmente elevati, a
causa soprattutto dello squilibrio dei traffici, dovuto in parte a
ragioni strutturali (squilibri economici nazionali; struttura delle
importazioni e delle esportazioni), ma in parte a ragioni legate
all’offerta. In una situazione di questo genere, non tutti
gli
incrementi di traffico si traducono in un aumento
dell’offerta e,
dunque, in un fabbisogno di capacità aggiuntiva.
Sarà forse banale, ma è ciò che sta
avvenendo su
molte delle relazioni OD più dinamiche: i traffici con la
Liguria, per esempio, stanno vivendo una fase di intensa crescita; ma
tale crescita riguarda assai più gli invii ai porti
(tradizionalmente marginali) che non il recapito delle merci sbarcate,
e dunque implica soltanto in parte un incremento quantitativo dei
servizi.
Lo squilibrio dei traffici, naturalmente, è talvolta dovuto
a
ragioni strutturali. Il Sud del paese si caratterizza, ad esempio, per
uno squilibrio tra consumi e produzione che grava sull’intero
sistema nazionale dei trasporti. Tuttavia, se è vero che il
mercato del trasporto merci ferroviario appare allo stato attuale
sostanzialmente trainato dall’offerta, è forse
possibile
anche in questi casi pensare a forme di riequilibrio dei traffici.
5.3. INTERVENTI MARGINALI SULL’OFFERTA
Al di là delle questioni relative al riequilibrio dei
traffici,
ci sembra opportuno ricordare che allo stato attuale margini di
incremento dell’offerta sono consentiti, anche sulle tratte
sature, da interventi quali:
·
la riorganizzazione
degli orari tesa al livellamento della saturazione nelle 24 ore;
·
l’aumento di
lunghezza dei treni, specie con riferimento a merci critiche in volume;
·
il rinnovo del parco
carri, anche in questo caso soprattutto con riferimento ai volumi;
·
una migliore allocazione delle unità di trazione.
I recuperi ottenibili sono, naturalmente marginali (ma non troppo:
utilizzando le unità di trazione in modo più
idoneo
sembra si possa arrivare anche al 20% di capacità in
più). I richiami fatti valgono ad evidenziare
l’esistenza
di opzioni presumibilmente vantaggiose sul versante dei costi-benefici,
e soprattutto a ribadire l’importanza dei criteri gestionali
ed
operativi, al di là delle “distorsioni
infrastrutturali” del dibattito.
5.4. INTERVENTI TECNOLOGICI SULLE LINEE ESISTENTI
E’ importante poi ricordare che esistono rilevanti opzioni
tecnologiche, capaci di produrre forti aumenti di capacità
delle
linee attuali, senza bisogno di realizzarne di nuove. In generale,
sembra assodato che l’impiego di innovazioni sul
segnalamento,
sulla composizione dei treni, sulle unità di trazione
possano
condurre ad incrementi di capacità che si avvicinano al 100%.
Più in particolare, occorre considerare il fatto che il
parco
locomotori FS tradisce un’origine passeggeri che premia
più la velocità che il peso trainato. Disporre di
unità di trazione più idonee consentirebbe di
trainare
treni più pesanti, e dunque di far passare più
merci
sulla linea, specialmente nei casi caratterizzati da andamenti
altimetrici impegnativi (ed è il caso di alcune linee
importanti
per il traffico merci, come la Verona-Brennero o la Parma-La Spezia).
5.5. INTERVENTI DI DIFFUSIONE DEL TRAFFICO
Le linee di desiderio e gli standard di velocità richiesti
dai
servizi merci sono alquanto differenti da quelli che caratterizzano il
trasporto passeggeri, specie nelle vicinanze dei grandi nodi urbani. La
realizzazione delle linee AV, come si è visto, comporta
forse il
rischio di un’ulteriore, e per certi versi impropria,
concentrazione del traffico merci sui principali nodi urbani del paese.
Tale concentrazione finirebbe per sottrarre preziosa
capacità ai
servizi locali, senza risultare strettamente necessaria ad
un’offerta collegata alle esigenze di un apparato industriale
sempre più diffuso sul territorio.
Dunque: “... l’offerta - sia nazionale che
internazionale -
appare fortemente concentrata su pochissime relazioni e su pochissimi
nodi, spesso già critici. La
“diffusione”
dell’offerta su maggiori risorse fisse dovrebbe essere
perseguita
attivamente, cercando di usare istradamenti alternativi e di sviluppare
nuove relazioni di traffico, nonché una maggior penetrazione
sul
territorio dei treni internazionali ...” .
Questo obiettivo può essere raggiunto attraverso un diverso
e
più intenso impiego della rete complementare. Per fare
soltanto
un esempio, l’istradamento di tutti i traffici fra la Liguria
e
la Lombardia sulle linee Genova-Milano e La Spezia-Parma-Milano conduce
ad un maggiore impegno della cintura ferroviaria milanese. Riserve di
capacità sono attualmente presenti su numerose linee
secondarie,
ed in particolare sulla Alessandria-Novara, che presenta (fra
l’altro) i vantaggi di una maggiore prossimità
alle zone
di destinazione dei traffici e di una migliore integrazione con il
sistema dei valichi alpini. Non è detto dunque che le
“vie
delle merci” debbano sempre coincidere con le
direttrici
giudicate strategiche in rapporto ai traffici passeggeri su lunga
distanza. Un migliore equilibrio dei traffici sulla rete
potrebbe
inoltre avere effetti benefici anche sul problema del mantenimento
delle linee a scarso traffico passeggeri.
Proseguendo su questa linea, ci si dovrebbe chiedere se
l’attuale
configurazione dei traffici Nord-Sud, ripartiti tra la dorsale centrale
e le due direttrici adriatica e tirrenica, non presenti in fin dei
conti qualche vantaggio sul versante, per esempio,
dell’integrazione con i sistemi portuali. La direttrice
tirrenica, ad esempio, permette di servire non soltanto
l’area di
Livrono e La Spezia, ma anche Roma, Napoli ed altre regioni
meridionali, aggirando in pratica la sola area fiorentina. Certo, il
rilancio dei traffici su tale itinerario richiede quanto meno la
completa attuazione degli interventi programmati sulla linea
Pontremolese. Ma non sarebbe fuori luogo tentare una
valutazione
comparata fra una configurazione di traffici concentrata sul valico
Bologna-Firenze ed una configurazione fondata invece su una
specializzazione, almeno tendenziale, dei diversi valichi appenninici
(in modo non dissimile da quanto previsto dagli svizzeri per le
direttrici del San Gottardo e del Sempione/Lötschberg).
5.6. INTERVENTI MIRATI SULLA CAPACITÀ DELLE LINEE
Affrontare la questione dei traffici ferroviari in termini di punti
critici e di configurazioni alternative dei traffici significa in
genere porsi l’obiettivo della risoluzione di singoli
problemi
sulla rete. Si tratterà, per esempio, di adeguare
l’armamento o forse di procedere al raddoppio di linee
secondarie, e non solo (si ricorda che ancor oggi non tutta la rete
fondam |